La lotta non è mai libera

«Gladiatori» di Antonio Franchini: una finestra sul mondo dei combattimenti. Ring, tappeti e gabbie ospitano l’istinto della sopraffazione

I lottatori di kendo, immobili l’uno di fronte all’altro, si fissano a lungo. Sono ricoperti da una corazza medievale che ne cela completamente il corpo. Dopo l’attesa di solito estraggono di scatto la spada per portare un attacco. Fin qui, niente di insolito. A volte però capita qualcosa che per un occidentale è assurdo: passati alcuni momenti di mutua e perfetta stasi uno dei due contendenti comprende di aver perso, di essere stato battuto ancor prima che l’avversario abbia fatto il minimo gesto. Fa un piccolo inchino al vincitore e se ne va.
Mettiamo provvisoriamente da parte le singolarità del combattimento giapponese: le riprenderemo quando accenneremo ad una specifica ossessione che regna nelle pagine di Antonio Franchini e segnatamente in quelle del recente Gladiatori (Mondadori, pagg. 183, euro 15). Come è accaduto con Quando vi ucciderete, maestro?, pubblicato qualche anno fa da Marsilio, anche durante la lettura del volume più recente ci siamo interrogati su cosa insegua il suo autore, quale sia la preda elusiva che lo spinge ad entrare nelle palestre o nei palasport per assistere ad ogni genere di duelli, dal classico pugilato a scontri sanguinosi in cui a parte l’accecamento tutto è consentito, compreso lo strangolamento, le gomitate al volto, la rottura delle ossa e meglio fermarsi qui per non disturbare le menti più sensibili con un interminabile inventario traumatologico. Non si tratta, meglio dirlo subito, di attrazione per la violenza; ma nemmeno, e qui le cose si complicano, di normale ammirazione per il coraggio o l’abilità di quelli che in fondo restano pur sempre dei giocatori.
Gladiatori apre una finestra su un mondo di cui la maggior parte delle persone ignora tutto: quello di un’«internazionale» degli scontri violenti e solo vagamente codificati, dal valetudo brasiliano («vale tutto»: si può colpire l’avversario con ogni mezzo) al più noto wrestling, passando per agoni dai contorni sfumati e il nucleo corrusco in cui si affrontano campioni appartenenti a discipline diverse. C’è il «K1, torneo ad eliminazione diretta tra otto atleti che devono pesare più di cento chili», nato in Oriente e giunto fino in Italia; il Golden Dragon Cup, in un’edizione vinto da un pugile che si limitò a sferrare calci; l’UFC, vale a dire lo Ultimate Fighting Championship... Un normale ring non basta a contenere questo tipo di sfide: le tradizionali corde sono sostituite da palizzate d’acciaio o addirittura da gabbie, nelle quali i contendenti entrano dopo aver firmato una liberatoria in cui dichiarano di essere sani di mente nonché consapevoli che da quella prigione si può anche uscire morti.
Sono innumerevoli le somiglianze tra gli odierni gladiatori in mondovisione e i loro predecessori antico-romani: se gli atleti dei circhi erano liberti, schiavi o prigionieri di guerra, i lottatori delle favelas brasiliane o della sterminata periferia messicana sono vittime, se non della medesima schiavitù, certamente di un’analoga marginalità. Aggiungiamo che la loro estraneità alla società pare riflettersi nei tratti caratteriali, dove una ferocia fredda e spesso patetica sguazza in personalità tutto sommato incompiute, acquose. Che questo scollamento dagli altri uomini sia imposto dagli spettatori, fin troppo interessati a rimuovere ogni allusione ad una parentela oscena tra chi ferisce o uccide nell’arena e chi, dagli spalti, ne gusta distaccato le prodezze? Fatto sta che come la cornice del wrestling rigurgita di una paccottiglia appartenente a religioni e culture lontane, arcaiche, scomparse, così i cavalieri che avevano il compito di portare via il corpo dei gladiatori morti non indossavano gli abiti degli dèi romani, ma le maschere «dei più antichi demoni etruschi della morte, Charun e Tuchulcha, guardiani delle tombe e accompagnatori delle anime nell’ultimo viaggio».
Eppure crediamo di poter dire che protagonista di queste pagine non è la morte; né il conflitto né la violenza. È l’istante fatato e sconcio della sopraffazione. Franchini è incantato dall’atto del sopraffare. La forza e la violenza sono personali, maneggevoli, si possono brandire come una spada; e come si affila una spada si può accrescere la forza di un bicipite. La sopraffazione al contrario non è uno strumento, non è mai “disponibile”: è l’episodio durante il quale il destino ci assegna un ruolo. E poiché il sistema migliore affinché ciascuno prenda di buon grado il suo posto nel mondo è far sì che ciò sia piacevole, all’atto del soverchiare la natura ha perfidamente congiunto almeno due godimenti erotici, il sadico e il masochistico, mentre la violenza non subordinata alla sopraffazione è ripugnante, controproducente e punita dal codice penale.
Il giocatore di kendo che abbandona la partita senza lottare mette in scena la sopraffazione allo stato puro: questo è il tema sotterraneo e inconfessato dei libri di Franchini. Solo se poniamo questo aspetto in primo piano, tra l’altro, riusciremo a trovare un minimo comun denominatore tra opere apparentemente diverse. Prendiamo per esempio un altro memorabile lavoro dello stesso autore, quella Cronaca della fine dove si ricostruiva la figura maledetta dell’unico scrittore apertamente nazista della letteratura italiana, Dante Virgili. Non la distruttività iperbolica e artificiale dei romanzi di quest’ultimo, ma il professionale, paranoide braccio di ferro di scrittori, editor, dirigenti della vecchia Mondadori: ecco il fulcro di Cronaca della fine. Ugualmente Quando vi ucciderete, maestro? sottraeva uno dopo l’altro gli strati di cui era composta la dignità retorica dei “combattenti” di penna o di guantone fino ad isolare, ad ottenere come residuo il puro gesto del soggiogare.
Siamo dunque molto lontani dal modo di trattare la violenza che potrebbe appartenere ad uno Hemingway o ad un Palahniuk, e invece prossimi alle riflessioni stilate da Elias Canetti in Massa e potere. La napoletanità di Franchini avrebbe dovuto indirizzarci bene: i napoletani evoluti sono cupamente saturnini. Le belle immagini che accompagnano Gladiatori, scattate dal fotografo Piero Pompili, non traggano in inganno: da questi pugili è stata cancellata ogni traccia di poesia, salvo forse quella, patibolare, che per Genet fuoriusciva dall’immancabile e strettissimo rapporto che univa le rose agli ergastolani.