Lotte intestine alla ricerca di un'identità. La strategia? "Piove, governo ladro"

Lo slogan. Tanti, per cambiare. Una correzione in corsa dopo le (auto) critiche ai manifesti con la gigantesca scritta «Ue! L’Europa si occupa di chi perde il lavoro, Berlusconi no». Qualcuno vicino al Pd accusò: «Ma che vuol dire? Cosa raccontiamo? Cosa proponiamo?». Meglio puntare su un ottimistico «Vinciamo eccome!».

Gli obiettivi. In realtà perdere si perde, bisogna vedere quanto. Si rincorrono voci di un catastrofico 23% e di un grigio 30%. In ogni caso il vero obiettivo di Franceschini è limitare i danni per non bruciare la propria candidatura a leader al prossimo congresso. Come ha dichiarato sconsolato Velardi, «7-8 punti in meno rispetto alle Politiche (33,2%, ndr) sarebbe un successo».

Il punto forte. Nel tentativo di scacciare scenari lugubri per il Pd, sul ciglio del baratro di un ulteriore flop elettorale, Franceschini punta tutto su tre fattori. Il primo è l’eccessivo vantaggio dell’avversario. Il facile messaggio da far passare è il seguente: cari indecisi, attenzione a un Berlusconi troppo forte. Seppur con toni e sfumature differenti, il Partito democratico non gioca per vincere ma per non far stravincere il Pdl: una gara decisamente più comoda. Il secondo è quello di cavalcare il malcontento diffuso per la pesantissima crisi economica planetaria e addossare la colpa all’esecutivo Berlusconi. Anche qui risulta semplicistico ma agevole e produttivo premere sul tasto del «piove governo ladro». Terzo fattore, i guai tutti privati del premier. Terreno scivoloso, però. Gli accaniti antiberlusconiani spingono affinché si usino anche le armi bisunte del gossip; i più avveduti ritengono sia un’arma, sì, ma a doppio taglio: non è che questo mostri la debolezza delle nostre posizioni politiche?

Il punto debole. Le recenti batoste elettorali, la mancanza di leadership, le risse da ballatoio sulle candidature (ultimo lo schiaffo di Lapo Pistelli a Leonardo Domenici, ndr), non riescono a risollevare l’immagine di un partito alla deriva. Le guerre intestine, che hanno già decapitato numerosi vertici (Veltroni su tutti, ndr), non riescono a rimanere sottotraccia e riemergono ogni qualvolta si parli di potere e progetti. Scazzottate per le poltrone, bastonate sui contenuti. Il punto debole del Pd resta l’atavico antiberlusconismo: collante che tiene insieme teodem e laici ma che inesorabilmente si squaglia appena si parla di politica, con un florilegio di tesserati ipercritici che sostengono l’astensionismo. E poi: in che famiglia andranno a Strasburgo? Nel Pse? A Rutelli verrebbe il voltastomaco.