Lotte di retroguardia trasformate in un reality show

Un mix di vecchio e di nuovo. La Fiom di oggi ha una filosofia sindacale ferma a Stalingrado che però riesce ad esprimere utilizzando tutti gli strumenti tecnologici più moderni. Dal passaparola in rete alla catena di sant’Antonio degli Sms; dalle interviste esclusive ai network che fanno «tendenza» (vedi Sky Tg 24) ai forum virtuali. In mezzo, sempre loro: Giovani Barozzino, Marco Pignatelli e Antonio Lamorte, i tre licenziati (e riassunti, ma solo sulla carta) della Fiat di Melfi. Tre persone perbene. Tre padri di famiglia. Tre uomini che, orgogliosamente, rivendicano: «Noi non siamo parassiti, lo stipendio vogliamo guadagnarcelo lavorando». Ma Giovanni, Marco e Antonio - loro malgrado - rischiano di diventati tre operai-marionetta nelle mani dei burattinai della Fiom. Le avvisaglie ci sono tutte: se vuoi intervistarli, devi passare prima dalla Fiom; se vuoi fotografarli, devi essere prima autorizzato dalla Fiom. Insomma, la Fiom sembra stare alle tute blu di Melfi come Lele Mora sta agli artisti della sua scuderia. Un paragone azzardato, ma i meccanismi legati alla comunicazione sono simili. Anche la Fiom ha capito infatti che nella società del sindacalismo-show anche i propri iscritti al sindacato devono avere un «procuratore», come accade con i calciatori o le persone di spettacolo. La Fiom si è trasformata così nell’«agente» di Giovanni, Marco e Antonio che oggi sono i testimonial migliori per comunicare al mondo che il sindacato «duro e puro» è ancora vivo ed è pronto a «combatte con noi». Chi siano esattamente questi «noi» non è facile comprenderlo, ma di sicuro per la Fiom il tempo sembra essersi fermato al film il cui l’operaio Charlie Chaplin era parte integrante delle ruote dentate di un grande ingranaggio industriale. Non che la Fiat, sul piano delle trattative interne, abbia mostrato di essere molto più avanti, almeno a giudicare da come ha grossolanamente gestito questa vertenza trasformando - di fatto - i tre operai «sabotatori» in tre eroi. Un errore strategico che la Fiat rischia - con gli ultimi comportamenti - di aggravare ulteriormente esasperando l’equazione Fiat=cattivi operai=buoni. Le cose non stanno così, ma il messaggio che passa è questo. La Fiom lo ha capito, decidendo di utilizzare i più moderni strumenti mediatici per accreditarsi come vittima di un’«azienda-padrone» simbolo dell’«oppressione capitalistica». In ogni sua esternazione il terzetto di Melfi viene platealmente eterodiretto dagli ultrà della Fiom che - in un sottile gioco di mimesi sindacale - hanno subito riconosciuto sul campo di battaglia a Barozzino, Pignatelli e Lamorte i gradi di «delegato di base». Così nessuno potrà dire che la Fiom li gestisce, perché ormai Antonio, Marco e Giovanni incarnano loro stessi la Fiom. Ieri davanti ai cancelli dello stabilimento di Melfi circolava la lista nera degli organi di informazione con i quali «è meglio non parlare». Meglio farsi intervistare solo dai giornali «amici». Vuoi mettere la comodità di un monologo, con le insidie di qualche domanda scomoda?