La lotteria delle obbligazioni Pochi vincono, tanti perdono

TRUFFA Ai risparmiatori, convinti di comprare titoli Parmalat, venivano affibbiati in realtà bond di società off-shore

MilanoPer i risparmiatori, erano Parmalat e basta. Titoli Parmalat si è sentito offrire il pensionato che con le cedole sperava di pagarsi le rate della tomba. Titoli Parmalat ha scoperto di avere in mano lo studente cui il tutore giudiziario aveva investito nel miracolo di Tanzi l’intera eredità. Ma in realtà i titoli Parmalat non erano tutti uguali. A venire piazzati sul mercato col marchio di Collecchio erano una serie disparata di bond emessi dalle singole società offshore dell’impero di Tanzi. Ed è in questo valzer di società ombra che si nasconde il meccanismo diabolico che oggi porta i risparmiatori Parmalat a non essere tutti uguali davanti alla legge. È qui il trucco che consente ai forti di cavarsela, come spesso accade, meglio dei deboli.
Le emissioni Parmalat finite sotto inchiesta sono ventisette. Per ventisette volte, a partire dal gennaio 1997, risparmiatori di tutto il mondo sono stati invitati a investire i loro risparmi nei sicurissimi bond di Collecchio: l’ultima volta nel luglio 2003, quando il Titanic di Tanzi già viaggiava sparato verso l’iceberg. Ma al momento di tirare le somme, queste ventisette truffe - per chiamarle con il loro nome - non sono state trattate allo stesso modo. Per stabilire quanto versare a ogni risparmiatore, non si è guardato a quanto restava nella cassa di Collecchio: ma si sono fatti i conti delle singole società emittenti, società ombra di cui i risparmiatori ignoravano esistenza e natura.
Nascono così le «recovery ratio», formulette magiche che dicono quanti euro di azioni della Nuova Parmalat spettino ai possessori di vecchi bond. Chi nel 1997 aveva comprato i titoli da Parmalat Finanziaria, si vede riconoscere una misera ratio del 5,70: ogni 100 euro di bond, gli arrivano 5,70 euro di azioni. Chi aveva comprato nel 1998 da Parmalat Capital Finance ltd riceve 6,90, chi da Parmalat Netherlands Bv 11 euro. Chi - ed è il grande popolo degli acquirenti al dettaglio - aveva comprato da Parmalat Finance Corp. Bv, ha una ratio dell’11,90. Un disastro.
Poi, però, ci sono i miracolati: chi aveva comprato nel 2002, appena un anno prima del crac, da Parmalat Soparfi s.a., si vede riconosciuta una ratio quasi tripla: 27,90. E alla fine della catena, esce dal disastro con un guadagno netto: 121,3 % del capitale investito. Scommettitori fortunati? Mica tanto. I bond di Parmalat Soparfi s.a, sono in mano non a piccoli risparmiatori ma a una grande banca, a un colosso che aveva tutti gli strumenti per capire in che acque versasse davvero Tanzi. E che, ciò nonostante, esce premiata dal naufragio.
Oltretutto, la grande banca - che conosce come va il mercato - appena il titolo della Nuova Parmalat ha toccato quota 3 euro se ne è liberata. Mentre i piccoli risparmiatori hanno assistito inermi al progressivo erodersi del loro gruzzolo. Oggi il titolo Parmalat vale 1,24 euro: una quotazione che lascia mano libera ai fondi di investimento come McKenzie Cundill che ha rastrellato il 7 per cento diventando il principale azionista del gruppo che fu di Calisto Tanzi. Il popolo dei bond spera che i risultati siano un po’ migliori.