LOU REED «Le mie foto per fermare New York»

«È una città che cambia di continuo: ogni volta che torno manca qualcosa»

Il confine impenetrabile tra Lou Reed e i comuni mortali è tutto in quel giubbino a vento arancione che l’artista indossa quando entra in scena - dopo adeguato ritardo da rockstar - alla conferenza stampa del Photofestival. Una gentile concessione, è chiaro fin da subito, a beneficio della platea: il succitato capo d’abbigliamento serve agli addetti ai lavori accorsi nell’elegante Palazzo Bovara, per proteggersi dalle basse temperature che lui stesso emana. «Avrei una domanda: per quale motivo in Italia non è possibile avere un massaggio decente?»: e questo è l’unico «moto proprio» consegnato ai posteri dall’occasione. Glaciale e impassibile: è così che Lou Reed - leggenda del rock, personalità inserita nella Rock and Roll Hall of Fame dal 1996 come fondatore dei Velvet Underground ed ex anarchico nel frattempo insignito del titolo di cavaliere delle arti e delle lettere dal governo francese (il che non guasta) - si presenta per un’occasione molteplice. L’artista newyorchese è infatti in città per presentare Lou Reed’s New York, mostra fotografica alla Galleria Arteutopia (da domani al 12 maggio, inaugurazione oggi alle ore 18.30), e come testimonial del Photoshow e del Photofestival, suo corollario artistico. Da uomo del suono a uomo dell’immagine il passo è meno lungo del previsto: tutti sanno quale interesse per l’arte visiva Lou Reed abbia sempre avuto, e quale amicizia lo legasse ad Andy Warhol. Leggendaria resta la copertina dell’album The Velvet Undergorund and Nico del 1967, raffigurante una banana, firmata dal re della pop art. Oggi, a 65 anni - buona parte dei quali trascorsi a produrre rock d’autore e classici come Walk on the wild side, Sweet Jane, Perfect Day - Reed decide di raccontare la sua città attraverso scatti rivelatori, rigorosamente digitali. «New York è una città in continua mutazione - spiega Reed -. Ogni volta che ci torno qualcosa manca. Quindi, ogni volta c’è un nuovo Lou Reed. Con questi scatti ho voluto fermare nel tempo alcune zone della città che, dopo il disastro dell’11 settembre, verranno ricostruite completamente». La Grande Mela è sua compagna indivisibile, proprio come accade a un altro noto concittadino, Woody Allen: «Ritrarre altre città? Bello, ma inutile. - spiega - Per ritrarre Roma o Venezia bisognerebbe passarci una vita». Negli scatti newyorchesi, solo paesaggi, edifici, oggetti: «Per i ritratti c’è tempo, è il mio prossimo progetto, da realizzare con macchine del tutto differenti», specifica la rockstar. La sua infatuazione ha un principio: «Ero a Tokyo, ritrassi un ristorante assurdo, sembrava un’astronave appoggiata a un trattore. Acquistai una macchina con istruzioni in giapponese, quindi andai a intuito. Quella foto, del tutto normale, è ancora appesa in casa mia. I miei maestri? Cartier-Bresson e Man Ray, ma soprattutto Donald Greenhaus, mio amico d’infanzia morto da poco. Gran fotografo».