Al Louvre il genio del Mantegna

Fino al 5 di gennaio Parigi dedica al maestro del Rinascimento una grande retrospettiva con
duecento opere che permettono di scoprire il genio dell’artista con
originali e suggestivi confronti, protagonista di una mostra che non ha
uguali a cura di Giovanni Agosti e Dominique Thiébaut (Mantegna
1431-1506) con il sostegno dell’Eni

Parigi Fino da quando era in vita Mantegna fu apprezzato e amato dai francesi al punto che nel 1499 George D’Amboise, ministro di Luigi XII, nel comunicare al marchese Francesco Gonzaga che si occupava del commercio dell’attività artistica, il sogno di avere una tavola dipinta da Mantegna per la sua cappella palatina, non esitò a definirlo «el primo pittore del mondo». Solo con l’arrivo di Leonardo in Francio la fama di Mantegna si ridusse lievemente, ma riprese presto forza per la diffusione delle sue invenzioni a stampa e alla produzione di placchette in bronzo. Ciò nonostante la fortuna di queste importante artista italiano non ha mai conosciuto crisi come è dimostrato dall’ampatto delle sue opere sugli artisti del Seicento francesi come Pouissin e la richiesta dei suoi lavori nella maggiori collezioni del tempo. Per non parlare poi d quel forte «ritorno di fiamma» nell’Ottocento che trovò in prima fila i coniugi Jeacquemart-André e di studiosi come Yriarte e da letterati come Proust. Andrea Mantegna entrò al servizio dei Gonzaga, Signori di Mantova nel 1458 e vi rimase fino alla sua morte nel 1506, trasformando la corte in un avanposto dell’arte italiana.

Fino al 5 di gennaio Parigi gli dedica una grande retrospettiva con duecento opere che permettono di scoprire il genio dell’artista con originali e suggestivi confronti, protagonista di una mostra che non ha uguali a cura di Giovanni Agosti e Dominique Thiébaut (Mantegna 1431-1506) con il sostegno dell’ENI, una mostra che non ha nulla da invidiare alle grandi personali del 1961 e del 1992. Pochi immortali artisti del Rinascimento possono godere di una fortuna espositiva di questa portata, sebbene quella di Mantova del 1961 e quella del 1992 alla Royal Academy di Londra e poi al Metropolitan di New York seppero sottolineare la sua carriera definendolo l’attore principale della scena artistica del Cinquecento. Il sodalizio di Mantegna con Bellini fu forte tanto quanto quello di Picasso con Braque, come si può osservare da un’altra mostra parigina al Grand Palais di Picasso della medesima durata.

E’ molto nutrito l’insieme dei lavori di Mantegna presente nei musei francesi, ma la mostra ha potuto realizzarsi anche grazie al prestito di raccolte private, fondazioni, musei esteri, nonostante le Gallerie Veneziane della Ca’ D’Oro e dell’Accademia nonchè quella berlinese della Gemalde. Il percorso parigino non lascia dubbi a ogni sulla completezza degli studi mantegneschi. Non c’è dubbio che Giovanni Agosti è lo studioso italiano che maggiormente ha contribuito negli ultimi tempi a rilanciare Mantegna sottilineandone la sensibilità estetica la sua erudizione.

Le brevi ma dense didascalie (forse scritte fin troppo in piccolo) che accompagnano ogni opera fanno da filo rosso a un percorso esagerato allestito non sempre da potere ammirare le opere di grande formato perchè spesso raggruppate non permettendo al visitatore una buona osservazione se consideriamo la grande folla che si sta rigettano su questa mostra. Ma l’impronta della stessa rimane unitaria grazie anche a Laura Gavazzini e Aldo Galli responsabili ciascuno di una sezione: «Padova crocevia artistico» è una sezione fondamentale per comprendere l’artista che solo a dieci anni entra nella bottega dello Squarcione dove gli studio umanistici venivano approfonditi da una cerchi di pittori e il confronto per dieci anni con Donatello presente a Padova. E fu proprio il genio fiorentino a plagiare e a fare sviluppare la fantasia e la tecnica a Mantegna imprimendogli la forza della durezza di un marmo scolpito o di un bronzo.

Nella sezione di Bollosi ci troviamo davanti a un Mantegna sposato nel 1953 con la figlia di Jacopo Bellini, Nicolosia, dove Mantegna si confronta anche con il cognato Giovanni Bellini, un sodalizio stretto che l’Agosti paragona a quello di Picasso con Braque e il cubismo. Mentre nella sezione curata da DE Marchi dove cìoè il «Trittico di San Zeno che solitamente è diviso tra il Louvre e il Museo di Tour, assistiamo a una spettacolo unico. Splendida anche «Giuditta con la testa di Oloferne» e «Orazione nell’Orto» che nulla hanno a che vedere con la sezione di Marco Tanzi che ci racconta di Mantegna alla corte dei Gonzaga. Il famoso «San Sebastiano», nella quinta sezione viene da Aigueperse e fu il primo capolavoro di Mantegna entrato in Francia. Splendida la settima sezione con la «Madonna della Vittoria del ’95-’96 e il celebre studiolo di Isabella d’Este che offre allo spettatore l’occasione di vedere le tre versioni, la tela del Perugino, di Costa e di Correggio, proprio come furono nella Corte di Mantova. Dopo i «Trionfi» le ultime opere di Mantegna ci lasciano con il rammarico la fine di un grande testimone.