LOUVRE Il museo più sexy del mondo

Una «Guida erotica» di Jean-Manuel Traimond al grande tempio dell’arte

Questione di punti di vista, di colpo d’occhio, di scatto. Se messa nell’angolazione indovinata (o nell’angolo più trascurato), presa per il suo verso (a costo di ribaltarla), guardata dalla parte giusta (fosse pure la più scorretta ed equivoca), l’opera d’arte rivela la sua più intima verità. E si mostra con un’evidenza anche più impudica e «nuda» di quanto si aspettasse chi Aletheia, «che si toglie dai veli», mirava con gesto filologicamente impossibile a spogliare. Non serve attorcigliarsi sulle parole, come lo Heidegger che piroettava sul greco per far aderire bellezza a verità. Basta girare attorno alla statuina di Centauro e Baccante che, esposta in sala E al Louvre, fa aderire centimetro dopo centimetro le belle curve dell’adepta di Dioniso alle forme veramente equine del cavallo/cavaliere. Scena mitologica. Favola antica. Una chimera. Presto sfumata dallo sguardo del turista che, smarrito, se la trova davanti uscendo dall’ascensore, e ci rientra appena si accorge di aver imboccato un corridoio senza uscita. Errore! Per la fretta di ritrovarsi, «si perde il più bel pene eretto del museo».
Lo riacchiappa Jean-Manuel Traimond, erudito dilettante, incline cioè al diletto, e guida fuorviante: pronto ad accompagnare i visitatori sperduti su cieche vie di smarrimento in spettacolari luoghi di perdizione. «Teatri di lubricità nascoste»: schiusi ad esempio dal sipario dell’ascensore sul membro umanissimo di un mezzo uomo, «gioioso per la vicinanza della sua partner» ed esteso per due terzi buoni sulla lunghezza della terracotta di Sergel. Un record. Da rilevare centimetro dopo centimetro. Da segnalare con un bel cartello su un percorso fitto di deviazioni e sbandate.
Le Louvre coquin, «il Louvre piccante», titola il Traimond in servizio il suo tour per i francesi. The naughty Louvre, «impertinente» per gli anglofoni. Louvre eccitante, conturbante, forse indecente, mai sconveniente. Perché la malizia con cui il suo esploratore aguzza lo sguardo su pudenda e vergogne che più in mostra non potrebbero essere, è pari solo all’arguzia degli aneddoti che ci ricama sopra per rivestirle. E degli scampoli che ritaglia da classici e miti per avvolgerle in fogli più prude delle pruriginose, urticanti foglie di fico. «Erotica», sicuro, non pornografica è la sua Guida al museo parigino, pubblicata da Elèuthera (pagg. 142, euro 16), estesa alla Gare d’Orsay, illustrata dagli scatti di Ernesto Timor e dai disegni di Aladdin, compilata come un catalogo di impareggiabili primati.
«Il più bel posteriore femminile», per dire, riposa sul materasso scolpito dal Bernini: «né troppo tondo, né troppo ovale», nota l’intenditore. Ma il mirabile equilibrio prelude a un eccesso altrettanto singolare. Voltando la signorina senza svegliarla la si coglie in fallo: la dormiente sta facendo un sogno felice perché il suo fallo, in gloria, tradisce la voluttà di Ermafrodite, il figlio sciagurato di Erm(es)Afrodite, stretto in definitiva (ef)fusione alla ninfa di cui sdegnò l’amore. Tutta femmina è invece «la pin up più seducente» della collezione: stesa sulle onde del mare, è Venere colta sul nascere da Cabanel. La neonata è donna fatta e finita, perfetta e appagata. Il suo pieno godimento non sfuggì a Napoleone III, spettatore d’eccezione e uomo d’eccezionale impressionabilità: inaugurando il Salon che la esponeva nel 1863, si fermò rapito di fronte a lei, preso dalla struggente commozione che, in tempi di pantaloni attillati, gli valse da parte dei sudditi affettuosi il titolo di «sua Vastità».
«Il volto più licenzioso» invece appartiene al Satiro di Pradier: ghigno felice e famelico, affacciato sulla Menade palpitante che gli cede con «l’abbandono più totale». Doppio riconoscimento dunque alla coppia in estasi, che non piacque però a Baudelaire. Pradier «di certo sa fare la carne», ammetteva il poeta: sa cioè «impinguare torsi antichi e sistemarvi sul collo pettinature da mantenute». Parlava lui, che con una mantenuta a buon mercato girava per il museo nel 1846: «Louise Villedieu, puttana da cinque franchi, venne con me al Louvre dove non era mai stata - racconta -. Tutta rossa, si coprì il volto»: incredula «che si ostentassero pubblicamente simili indecenze».
Innocente Louise. Ignara del male che, meno ostentato, le fioriva accanto. Non tanto sul virgulto della Ninfa con scorpione di Bartolini: ninfetta nabokoviana ante litteram, minorenne dai seni acerbi e snellezza di giunco, lolita settecentesca che, prudenti, i suoi padrini e custodi hanno spinto contro una finestra perché i visitatori non cadessero nella tentazione di toccarla. Più velenosa dello scorpione è la bestia invisibile che punge due volte la Donna morsa da una serpe: modellata da Moreau-Vauthier e da Clésinger, si contorce all’Orsay in preda agli spasmi dell’orgasmo, «come pensa chiunque non sia vergine».
Altri simboli, meno smaccati del rettile fallico, vanno decrittati. Il giglio: fiore puro nelle mani delle sante, ma col pistillo candidamente in erezione. Il ricciolo: abboccolato tra le chiome di Armida come «gorgo in cui si avvita il desiderio». L’asparago: ritratto in magra solitudine da Manet, ma non così malinconico se prescritto dalla dieta di Pierre Louÿs nel Piccolo galateo sessuale per fanciulle con la saggia raccomandazione: «Non addentatelo guardando languidamente il giovanotto che volete sedurre». E i calembour visivi malcelati nel gioco di lenzuola «aperte come grandi labbra», dei cuscini «rigonfi come seni», sull’alcova del Chiavistello di Fragonard. Chiavi colte da occhi perversi? Ma no: perversioni, assicura Traimond, ai musei parigini non se ne vedono. Il travestitismo (di Ercole) è dissimulato dai costumi dell’epoca. L’incesto (di Lot) è giustificato dal racconto biblico. L’adulterio, di Henri II sposo di Caterina de’ Medici e amante di Diane Poitiers, è mascherato nella sigla regale, che nell’H confonde la D con la C. Il lesbismo, dell’Olympia di Manet, è meno scandaloso del ritratto di «una prostituta che non vuole sedurre».
E poi niente masochismo: Fillide in groppa ad Aristotele con una frusta in mano sta giustamente vendicandosi del precettore che spifferò a papà Filippo l’infatuazione dell’allievo Alessandro per la cortigiana. Niente onanismo: i tre maschi sul vaso greco reggono il proprio membro a perpendicolo perché non cada. Niente masturbazione: Adone nasconderà un coniglio tra le pieghe della tunica, che Venere lo accarezzi. Niente omosessualità: il guerriero che, nelle Termopili di David, sussurra qualcosa all’orecchio del giovinetto nudo sfiorandogli un capezzolo è il padre reduce che torna dal figliolo prodigo di tenerezze. Niente pedofilia: il sesso del Bambinello è la prova più carnale dell’Incarnazione. Semmai podofilia: l’innocuo feticismo del piede fatale a cenerentole e sirenette e fatalmente decaduto in tempi di compulsivo shopping calzaturiero e di malevoli scarpari. Ma nude e nature sono estremamente sexy le estremità: disegnate da Delacroix, intrecciate nei passi di Eurialo e Niso, carezzate sul lobo dell’efebo nella Ruota della fortuna, slanciate in fuga nella corsa di Diana, vergine cacciata e cacciatrice proibita.