Il Louvre? Rende più di tutti i nostri musei

La smania conservatrice dei sovrintendenti impedisce di sfruttare
economicamente il nostro patrimonio culturale Nel 2005 il totale degli
introiti del comparto era meno di un terzo di quelli del Metropolitan
Museum di New York

Antonio Leo Tarasco

Sacrosanto il dibattito lanciato da Luca Beatrice nei giorni scorsi sul Giornale sulla smania conservatrice dei soprintendenti. Finalmente si ridiscute la figura del soprintendente come paladino del patrimonio culturale. La realtà è diversa: sono i corresponsabili dell’arretratezza del sistema. Se tutto nasce dal niet opposto dalla soprintendente Bonomi alla proposta del Direttore generale, Mario Resca, di una mostra itinerante dei Bronzi di Riace, la questione non può non allargarsi al tema della redditività economica del patrimonio culturale. Quanto valgono e rendono i nostri beni culturali? La domanda non sfiora minimamente i soprintendenti preoccupati solo di chiedere risorse senza porsi il problema di come mettere a frutto i beni che gestiscono.

Eppure, l’asset su cui siedono è immenso: la stima (ancora inadeguata) del patrimonio culturale per l’anno 2005 è di oltre 16 miliardi e mezzo di euro, di cui 26 milioni e 320 mila euro è il valore dei beni culturali gestiti dal solo Ministero dell’università e la restante parte dal ministero di via del Collegio romano.

L’interesse per le cifre non sta tanto nella possibilità di una dismissione del patrimonio culturale (possibile, ma giustamente condizionata dalla normativa) quanto nella sua redditività. La Corte dei conti riferisce che al 2005 gli immobili culturali statali (e non quelli mobili) hanno fruttato solo 9 milioni e 600 mila euro, contro i 55 milioni e 664 mila euro che hanno reso gli immobili privi di interesse culturale di proprietà statale che sono stati concessi a terzi. Avendo reso nel 2005 almeno 6 volte di meno rispetto ad immobili comuni, paradossalmente il pregio storico-artistico di un bene sembra essere non un valore aggiunto ma una sorta di limite per una corretta redditività che, si badi, tornerebbe a vantaggio della tutela dei beni stessi, potendo così acquisire risorse da destinare alla loro conservazione. Cosa che i soprintendenti non capiscono in nome della «purezza della funzione culturale».

Per avere un’idea della sottoutilizzazione economica del patrimonio culturale italiano, si pensi che la somma di 17.584.283, 91 euro incassata dal merchandising dei beni nel 2001 rappresenta circa il 15% del medesimo settore del solo Metropolitan museum di New York, il 60% di quanto la francese Réunion des Museés Nationaux (RMN) ha incassato dalla vendita del solo Cd-rom del Louvre, l’80% di quanto fatturano in Gran Bretagna la Tate Gallery, la Victoria & Albert Museum e la Royal Academy Enterprises, il 90% degli introiti annui della sola società commerciale che gestisce le attività di licensing e retailing del Museo Van Gogh!

Anche la più elevata somma di 20.191.393,96 euro ricavata dal merchandising prodotto nel 2004 da tutti gli istituti e luoghi della cultura statali italiani è ampiamente inferiore al volume d’affari delle istituzioni culturali straniere: secondo le mie ultime ricerche, essa corrisponde al fatturato prodotto dal solo Museo del Louvre di Parigi, mentre è inferiore a quello della Tate Gallery e National Gallery inglesi (per complessivi 22 milioni di euro) e pari solo al 30% dei ricavi ottenuti dal Metropolitan museum di New York (68 milioni di euro).
Volendo applicare al nostro asset gli indici di redditività economica applicati in Francia, Gran Bretagna e U.S.A., i 20 milioni di euro dei ricavi del merchandising diverrebbero 80 se venissero applicati i parametri francesi, 120 se si utilizzassero quelli inglesi e 300 utilizzando, invece, il benchmark statunitense. In pratica, i ricavi complessivi aumenterebbero, a seconda dei sistemi di riferimento, di 4 o addirittura 10 volte rispetto a quelli attuali. Eppure, l’uso economico dei beni è pienamente consentito dalla normativa: il problema sta «solo» nell’ostilità culturale dei soprintendenti. Si pensi che con tutti gli immobili culturali italiani, secondo l’ultima indagine della Corte dei conti sul tema (nel 2005), nel periodo compreso tra il 1998 e il 2004 i siti culturali che hanno concesso in uso i propri spazi dietro pagamento di un canone (per concerti, manifestazioni, riprese televisive, visite guidate fuori orario, matrimoni) sono stati solo 54. Ciò significa che, rispetto ai 461 di sola proprietà statale esistenti, in 6 anni ben 407 musei non sono stati in grado di far fruttare il proprio patrimonio concedendo i propri spazi a pagamento (o, semplicemente, non l’hanno voluto); si deve, perciò, solo ai 54 siti interessati l’organizzazione di 1.226 eventi, che hanno fruttato all'amministrazione 1.235.382,11 euro a titolo di canone. Si noti che a questi «volumi» hanno contribuito per ben il 44% i siti delle Soprintendenze speciali e dei poli museali (Venezia, Firenze, Napoli e Roma); ma gli altri?

Sempre secondo gli ultimi dati «certificati» dalla Corte dei conti nell’indagine n. 22 del 2005, il primo podio, per quanto non altissimo, è andato al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo di Roma che per 529 visite fuori orario ha introitato 80.613,78 euro (con una media di 152 euro a visita), mentre il fanalino di coda appartiene alla Galleria Spada, sempre di Roma, che è stata capace di lucrare da 16 visite fuori orario poco più di un milione e mezzo di vecchie lire: 788,33 euro per l’esattezza, con una media ancor più bassa di 49 euro cadauno, meno della terza parte. Un autentico spreco che in tempi di austerity nessun amministratore pubblico, soprintendenti inclusi, potrebbero permettersi.

Nell’ambito dei complessi museali, vi sono ancor più munifici direttori che si prendono finanche il lusso di concedere gratuitamente i propri spazi ad enti locali o ad altre istituzioni a seguito di specifici accordi giustificando la gratuità dell’operazione con l’esigenza di incrementare la conoscenza dei propri siti, come il Museo Nazionale della ceramica «Duca di Martina» e la Rocca demaniale di Gradara. Perché, mi chiedo, i direttori museali non vengono valutati anche per la capacità di far fruttare il patrimonio culturale in consegna?
Infine, nell’ambito delle soprintendenze speciali, nel 2004 gli introiti derivanti dalla concessione di spazi museali per l’organizzazione di manifestazioni, mostre, ricevimenti ecc. sono stati 795.910,57 euro, cui ha contribuito per quasi il 50% il solo polo museale di Napoli con ricavi di 371.918,55 euro. Altre ipotesi di beni affidati in uso individuale hanno fruttato per tutte le soprintendenze italiane ricavi per soli 38.700,18 euro. Molto modesti anche gli introiti derivanti dalle 7.017 riproduzioni di immagini di beni culturali, che hanno fruttato 92.876,30 euro; di queste, più della metà (3.992) sono collegabili al solo Polo museale fiorentino. E gli altri?

* Autore del saggio
La redditività del patrimonio culturale (Giappichelli, 2006)