Di Luca il campione, Riccò il bullo: i due italiani che sfidano Contador

Tappa epica sul Monte Pora. Lo spagnolo resiste, Riccò sfiora la maglia rosa poi attacca tutti e rilancia: "Solo io posso batterlo". Ma subito dietro c’è Di Luca, il vero purosangue del gruppo

Monte Pora - Pioggia, vento, grandine. Tanti chilometri, tanta salita e una discesa bastarda che andrebbe affrontata solo dopo aver lasciato due righe di testamento. È una tappa monumentale, come da tempo non si vedeva, come da tempo (troppo) ci si aspettava. Alla fine, due grandi vincitori. E due modi opposti di vincere. Per la verità ce ne sarebbe pure un terzo, il bielorusso Kiryenka, che ufficialmente arriva per primo sul monte Pora, dopo un milione di chilometri in fuga. Ma ovviamente in questa fase epica del Giro bisogna parlare soltanto dei vincitori di classifica, l'unica cosa che ormai conti per davvero.

I due trionfatori hanno uguale nazionalità italiana, ma diversissimo stile di vittoria. Il primo è Danilo Di Luca, dominatore dell'ultimo Giro, numero uno dei combattenti. Dopo aver incassato la batosta nella cronoscalata di Plan de Corones, un altro umano si sarebbe messo comodo ad amministrare il piazzamento, neanche tanto disdicevole se si considera l'annata di tribolazioni giudiziarie alle sue spalle. Un altro. Un impiegatuccio del catasto. Non Di Luca, che nasce purosangue. Eccolo allora affrontare gli ultimi due tapponi al modo dei coraggiosi: o la va o la spacca. L'agguato a Contador scatta lungo la mortifera discesa del Passo Vivione, resa ancora più angosciante dalla tormenta. Di Luca rischia e allunga. Dietro di lui, sua acrobazia Paolo Savoldelli, compagno e amico, non chiede altro. I due volano via in pochi tornanti. E poi insistono su e giù per la strada della Presolana, aiutati anche dal gregario Ermeti, mandato avanti al mattino. È un capolavoro di squadra. Ma soprattutto una drastica dimostrazione di rabbia e di sfida, in questo Giro sinora accusato - giustamente - di grigiore e di pavidità. A Di Luca si potrà dire tutto, non d'essere un freddo contabile. Come campione, è del genere che svuota sempre il serbatoio, senza risparmiare nulla, senza tirare mai indietro la gamba.

Così, quando arriva l'ultima salita, si carica in spalla la storia del Giro 2008 e decide di ribaltarla. È stanco, sfinito, sfiancato. Ma tiene duro sino sul traguardo, dove arriva per secondo. Il sogno di prendersi la maglia rosa si volatilizza per 21’’, ma non ne fa un dramma. Il suo modo di uscirne vincitore è come sempre signorile: «Mai dare Di Luca per finito. Magari Di Luca perderà il Giro, ma chi lo vincerà dovrà soffrire». Punto. Tanti saluti e arrivederci già a questa mattina, per la tappa più tappa di tutte, con Gavia e Mortirolo, cioè la resa dei conti finali, prima della crono decisiva di domani, a Milano.

Poi c'è il secondo vincitore di giornata: Riccardo Riccò. Basta prendere il modello Di Luca e capovolgerlo: nei modi e nello stile. Riccò non attacca da lontano: aspetta l'ultima salita. Quando vede Contador in leggera flessione, eccolo partire a tutta, lanciato verso l'idea romantica della maglia rosa di montagna. La sua progressione è un po' promessa e un po' revival: promessa di un futuro molto interessante, vista la sua giovane età, e revival di una pedalata già vista, con le mani basse sul manubrio, innegabilmente in simil-Pantani. Riccò scala di rabbia, in apnea, conta i secondi e finisce allo sprint. Ma il suo progetto di sbancare il Giro s'infrange a soli 4’’ dall'obiettivo. E qui, davanti al risultato beffardo, sale in cattedra il Riccò furioso e insolente, ganassa e prepotente che cresce agli antipodi dei Di Luca. Riccò addebita i 4’’ più pesanti della sua vita ai vari Sella e Pozzovivo, i due piccoli scalatori italiani che dovrebbero pagare una colpa vergognosa: averlo inseguito, salvando così anche la maglia rosa di Contador, opportunamente e opportunisticamente agganciato alle loro ruote.

Alla fine, è pollaio. Riccò manda a quel paese Sella, Sella ci resta molto male e riesce solo a liquidarlo con un commento da parco giochi: «È sempre il solito, lui». Lui, Riccò, il Riccardino, è di quei tipetti che nessuno può arginare, o anche solo affannosamente moderare. Il suo bullismo è anche la sua forza: non ha paura di nessuno, si esalta nella rissa, non soffre del complesso di Calimero. I problemi nascondo quando scende di bicicletta: non si può dire abbia la stoffa diplomatica di un Kissinger. Nei rapporti umani, è un cecchino: ad uno ad uno, con adeguato tiro al piccione, è riuscito nell'impresa di trasformarli tutti in nemici. Caso mai qualcuno fosse sfuggito all'eccidio, conclude la giornata con dichiarazione altamente ecumenica: «Sì, Contador è vulnerabile. Da me. Gli altri stanno tutti in fila». Un pacifista incallito. Con i ramoscelli d'ulivo, il Riccardino ci impicca le lucertole.

In questo simpatico clima sociale, oggi riparte verso la sfida totale. Per vincere il Giro, deve accumulare altro vantaggio, presentandosi alla crono di domani con almeno due minuti su Contador. Gavia e Mortirolo sono il meglio che potesse pretendere, come base di lancio. Quanto alla strategia, si è di molto semplificato la vita. Con le simpatie che si è coltivato, il Riccardino deve giocare da solo.