Luca Lazzareschi: il mio Amleto «dark» malato di intelligenza e un po’ paranoico

Mentre sulla scena il suo passo dinoccolato e spavaldo fa pensare a un eroe dei drammi marini di O’Neill capitato per caso tra le valli e i monti di casa nostra, vederlo da vicino suscita tutt’altra impressione. Perché Luca Lazzareschi ha un mobilissimo sguardo da furetto che a volte si nega riducendosi a un paio di fessure perspicaci e subdole da carnefice elisabettiano che d’improvviso si aprono a tagliola rivelando in quest’uomo di quarant’anni l’eterno ragazzo di Kensington noto sotto il nome di Peter Pan. Glielo dico, e il risultato è una franca risata che a tutto si addice tranne che al consueto ritratto di Amleto. Il tragico principe di Danimarca che da stasera vedremo agire e soffrire, amare ed odiare sulla scena dello Strehler nello spettacolo di Carriglio, prodotto dallo Stabile di Palermo dove, mi dicono, strapazzi con furore nella scena clou del dramma di Shakespeare la dolce regina di Galatea Ranzi. Tanto che viene spontaneo chiedergli come chiosi e sottolinei un carattere tortuoso e tormentato come il protagonista del dramma più famoso di tutti i tempi. E lui risponde con grazia che all’inizio Amleto gli ricordava fin troppo l’Edgardo del “Re Lear” che incarnò due anni fa con grande successo a Trieste nello spettacolo di Calenda. Dato che entrambi vivono e agiscono per riparare torti e ingiustizie nel nome del buon governo e vengono costretti dalle circostanze a nascondere il loro vero essere sotto la maschera apatica dell’indifferenza e della follia. Ma che in seguito, nella messinscena estetizzante di Carriglio che si rifà all’ iconografia e alle maschere dell’Estremo Oriente lasciando solo lui, in divisa dark come un essere giunto da un altro mondo alle soglie di un paese sconosciuto, comportarsi sia da reprobo che da reietto, si è convinto che Amleto non è un personaggio ma un mosaico di caratteri diversi. A volte complementari al disegno di base di un uomo sprofondato nel disagio di essere, a volte ostili al mondo della vita e sedotti dalla morte. Dato che, in scena, lo vediamo svolgere il filo di Arianna come Teseo in procinto di uscire dal labirinto dopo aver ucciso il Minotauro mentre, in realtà, non si è mai liberato dal cordone ombelicale che lo lega a doppia mandata alla figura materna. Che la regìa ha voluto simile a lui. Che, al di là delle apparenze, è tuttora spaventato dall’insorgere rovinoso della cosiddetta maturità e quindi, sul palco, può solo aver rapporti con una regina bambina, terrorizzata dagli eventi e incapace di comprenderne il senso. Un Amleto quindi che gioca con la follia recandosi, fin dall’inizio, sugli spalti a percorrere con lo sguardo la mappa misteriosa del cielo ben prima che sorga, dalle viscere della terra, il fantasma ossessivo del padre.
Un Amleto dunque che sprofonda nel sonno della ragione affidandosi alla lettura, alla meditazione, al sorgere e propagarsi di immagini ricorrenti e perciò del tutto svincolato dal sesso. A differenza di Getrude madre e di Claudio usurpatore e assassino che vivono immersi nel delirio malefico e maledetto della sensualità prima che, come nel teatro kabuki, entrino di soppiatto i comici. Che, sotto il precario riparo di maschere che, in questa edizione, ricordano quelle del teatro di Plauto più che recitare cantano come fossero degli strani veggenti manovrati da lui, Amleto lo sciamano. Che aspira a conquistare il paradiso calandosi dapprima nell’inferno per sbaragliare le file dei seguaci di Satana. Un Amleto malato d’intelligenza, conclude quindi quest’attore di singolari capacità espressive, dotato come nessun altro di un’introspezione ai limiti della paranoia che da oggi rientra a pieni voti nellaristretta cerchia dei mattatori del teatro italiano.