Di Luca è il padrone sulle strade del mito (da non scomodare)

L’abruzzese della Liquigas domina Simoni e Schleck e torna in rosa davanti a Noè. I commentatori al Processo alla tappa si avventurano in improbabili paragoni con «mostri sacri» come Coppi e Merckx

Briançon - Ormai è certo: c'è il Giro d'Italia e c'è il Giro degli Italioti. Il Giro d'Italia propone finalmente un vero padrone, Danilo Di Luca, che dopo tante schermaglie riesce ad emergere dal grigiore sin qui dominante tra i superstiti della guerra mondiale chiamata doping. A lui tappa e maglia dopo una frazione bella, con le cime aristocratiche dell'Agnello e dell'Izoard, ma soprattutto con l'arrivo nel centro storico di Briançon. Ad essere veramente carogne, si potrebbe dire che basta fiutare un po' di Tour per rialzare subito il livello del Giro. Ma effettivamente sarebbe troppo carogna: da un po' di tempo, quanto a percorsi il Giro non deve imparare proprio niente dal modello francese.

Sempre restando a Di Luca, corre l'obbligo di consigliargli subito un bel gesto, un gentile omaggio, anche solo un pensiero grato, nei confronti della squadra che gli serve vittoria e maglia su un vassoio d'argento: non alla sua, a quella di Simoni. Proprio così. Senza ironie. Sono gli uomini in giallo, in totale assetto da combattimento, a smuovere le montagne. Sull'Agnello cuociono il baby-prodigio Riccò. Sull'Izoard fanno lo spezzatino di Piepoli. Poi tocca al capitano, il popolare Gibo. Quando arriva il suo momento, lui si fa trovare puntuale. Sempre così, non si tira mai indietro, gli va riconosciuto. Il problema è che ormai va di intenzione. Parte una volta, parte due volte, parte tre volte. Ma non fa più male. I suoi quattro compagni di fuga - lo stesso Di Luca, il prodigio 22enne di Lussemburgo Andy Schleck, Cunego e Mazzoleni - non vanno mai a picco. Paga qualcosina solo il Piccolo Principe, ma giusto pochi metri. Così, quando è il momento di fare scopa, è ancora Di Luca a vincere la partita. A Simoni un buon secondo posto, un modesto abbuono, più qualche spicciolo di vantaggio su Schleck e Cunego. Ma è come dire che un tizio ha investito l'intero suo patrimonio per vincere cento euro al Totocalcio. Più che festeggiare, c'è da porsi una seria domanda: davvero ne valeva la pena?

Adesso, però, è il momento di dare spazio anche all'altra corsa, il Giro degli Italioti. Quelli che non hanno il senso del limite, quelli che dibattono con le fette di tricolore davanti agli occhi. Come manifestazione parallela, forse è persino più emozionante. Si disputa sul palco del Processo alla tappa. È qui, subito dopo la vittoria dell'incolpevole Di Luca, che si contempla lo spettacolo più incredibile. In rapida successione, i commentatori Marino Ciglioumido Bartoletti e TeleGigggetto Sgarbozza, ben coordinati dal diesse Andrea Fusco, lanciano la loro gara sul filo dell'iperbole. Si odono cose dell'altro mondo. Parlano di «una delle più belle tappe del ciclismo moderno», parlano di «corsa d'altri tempi», parlano di «immagini troppo commoventi». Soprattutto, parlano senza provare il minimo imbarazzo. Travolti dal clima, crollano ad uno ad uno tutti gli invitati. Mario Beccia lancia il paragone Di Luca-Fignon. Ma evidentemente è poco. Bisogna insistere, non si bada più a spese. Fiocca il nome di Merckx, il Cannibale. Ma è ancora poco. Troppo poco. Per fortuna basta aspettare un attimo, un attimo soltanto, perché il Giro degli Italioti pervenga finalmente là dove sembrava impossibile: al Nome, il Nome più Nome di tutti, e come no, certo, Fausto Coppi. Persino il regista, che non vuole lasciarsi tagliare fuori, sferra il suo attacco in contropiede: improvvisamente partono immagini accoppiate, a sinistra Di Luca, a destra il Campionissimo. Siamo ai confini della realtà. Oltre, resta solo la neuro. Che Iddio li perdoni. Che Iddio provi pietà, come la moltitudine dei tifosi e degli ascoltatori italiani. In fondo, per ritrovare un poco di sollievo, basta voltarsi dall'altra parte e limitarsi al Giro d'Italia. Quest'oggi si replica subito con una nuova sfida, stavolta più sincera e più diretta, senza tattiche e senza strategie: dodici chilometri e mezzo di cronoscalata, una feroce apnea fino al Santuario di Oropa. Di Luca vuole spprofittarne per guadagnare altro vantaggio: «La mia terza settimana, storicamente, è sempre in calo: vorrei vincerlo prima, questo Giro». Richiesto su quali nomi stia concentrando le sue preoccupazioni, il leader non ha dubbi: «Simoni è la certezza. Però questo Schleck comincia a farmi paura. È vero che ha solo 22 anni, ma vola a cronometro. Se mi resta vicino in classifica, il penultimo giorno ha una prova di 43 chilometri a sua disposizione. Spero abbia il crollo della gioventù...». Poi c'è Cunego, che finora non esalta, ma che almeno è lì. Un fatto è certo: la festa è cominciata. Finalmente si balla sul serio. Buon divertimento. E a ciascuno il suo: il Giro d'Italia agli italiani, il Giro degli Italioti a quelli che fanno rima.