Di Luca è il principe di Liegi. E l’Italbici rialza la testa

L'abruzzese scatta sull'ultimo strappo e beffa Schleck: "Ora mi manca solo il mondiale. Spero che Basso si dimostri innocente: il ciclismo ha bisogno di lui"

È destino degli italiani: dare il meglio di sé quando si è con l’acqua alla gola. Non è necessario andare indietro troppo con la memoria. Basta semplicemente pensare alla scorsa estate, quando il calcio e l’Italia sportiva venivano travolti dallo scandalo di «calciopoli». Poi la nostra nazionale è andata in Germania tra polemiche, sorrisini e sospetti, ma alla fine Buffon, Cannavaro, Gattuso, Materazzi e Pirlo hanno regalato un successo mondiale, che alla vigilia non era nemmeno ipotizzabile.
Ieri Danilo Di Luca ha regalato una boccata d’ossigeno a tutto il ciclismo italiano, travolto da scandali e sospetti, in attesa che mercoledì prossimo a Roma il capo della procura del Coni Torri dica cosa pende sulla testa di Ivan Basso. Ieri Di Luca ha vinto la corsa perfetta (la quarantesima della sua in carriera), non sbagliando una sola mossa: due scatti e via. Solo due progressioni per mettersi in bacheca la corsa dei sogni.
«Questo è il giorno più bello della mia vita sportiva - ha detto l’abruzzese che in carriera vanta un Lombardia, un’Amstel Gold Race, una Freccia Vallone e una classifica di Pro Tour -. È il sogno che si realizza e trova compimento sul traguardo di una corsa che io considero da sempre la più bella in assoluto assieme al Lombardia e al Mondiale. Il Lombardia l’avevo già vinto, la Liegi è arrivata. Il mondiale, però, è il mio prossimo traguardo».
Due scatti perfetti, puntuali, che assomigliano parecchio a due volate, per evitare la volata finale. Di Luca è stato bravissimo, davvero: prima è stato il più lesto a prendere le ruote di Frank Schleck che ha attaccato in discesa, poi ha collaborato con il lussemburghese e quindi, negli ultimi cinquecento metri, quando ha visto rinvenire a doppia velocità la sagoma nera di Alejandro Valverde, è scattato nuovamente per andare a vincere tutto solo la corsa dei sogni.
«Terzo all’Amstel, terzo alla Freccia Vallone: sapevo di stare bene - ha detto il capitano della Liquigas -. Mi mancava solo il grande risultato. Oggi è una grande giorno, e se penso che il 29 aprile di 23 anni fa correvo e vincevo a Piciano, vicino a Pescara, la mia prima corsa, non posso pensare che non sia davvero una data magica. Inseguivo questa corsa da 9 anni: oggi ho colto l’attimo che dura una vita».
La corsa è stata animata da una lunghissima fuga promossa da Remy Di Gregorio, David Etxebarria, Vassily Kyrienka e Jan Kuyckx. Dopo la Redoute, l’attacco di Stefan Schumacher che ha prima raggiunto Barredo e poi promossa la fuga con Nibali, Kroon, Vasseur e lo stesso Barredo.
In cima al Sart Tilmann, Schumacher è passato da solo, mentre Bettini - proprio come un anno fa - ha provato a portar fuori un gruppetto, scollinando a quindici secondi dal tedesco.
Dodici uomini superstiti in alto al Saint Nicolas dopo il doppio scatto di Cunego e la bellissima accelerata finale di Paolo Bettini: poi, lo scatto in discesa di Schleck e Di Luca e l’epilogo strepitoso per il «killer».
«Sentivo che era la mia giornata, non potevo sbagliare», dice appena tagliato il traguardo. Adesso penso al Giro: andrò a provare le Tre Cime di Lavaredo e lo Zoncolan - dice -. Sento di avere una condizione molto buona, diciamo super, come quella del 2005 quando terminai a un passo dal podio (quarto, ndr)». Un messaggio per Basso? «Spero che riesca a dimostrare la sua estraneità, il ciclismo ha bisogno di lui». Un messaggio per il ciclismo? «Rispetto a cinque o dieci anni fa abbiamo fatto tanto in materia di antidoping. Siamo all’avanguardia. Ma da oggi spero che si torni a parlare più di vittorie e corse, che di queste questioni. Questa sarà la vittoria più difficile da ottenere, ma siamo sulla strada giusta».