Lucarelli: «Inventò un modo di narrare l’ignoto»

Il giallista svela la sua passione per la serie: «Fu qualcosa di rivoluzionario, con quegli episodi scoprii che era bello avere paura»

Carlo Lucarelli, scrittore «in giallo», conduttore televisivo in blu e sceneggiatore rosso-sangue (tra le altre, firmò con Dario Argento quelle di Phenomena e Opera), si ricorda bene la serie tv Ai confini della realtà. Da lì ha appreso molte cose che oggi sfrutta nel suo lavoro, a partire da come tenere la suspense. «La prima volta che vidi la serie classica ero un ragazzino, avevo una decina d’anni. Ho uno splendido ricordo in bianco e nero. Era qualcosa di assolutamente nuovo: raccontava storie apparentemente normali, ma viste da una prospettiva diversa, a volte shoccante. C’era sempre un colpo di scena finale, per cui ti rendevi conto che l'irreale è più vicino a te di quanto sei disposto a credere. Era spiazzante e pauroso, ma - come dire? - era bello avere paura...».
Qual era il punto di forza della serie?
«Credo fossero due: il colpo di scena finale che ribaltava la situazione ormai data per acquisita dallo spettatore mettendo a nudo i luoghi comuni, i pregiudizi e le idee prestabilite; e poi il fatto che tutte le storie erano scritte davvero bene, da grandi autori. Magari si trattava di idee semplici ma sviluppate in modo geniale: la qualità della sceneggiatura era altissima. Lo stesso meccanismo proposto con tempi e scritture sbagliate sarebbe stato un flop. Invece grazie a quegli autori straordinari ha fatto storia, diventando un classico».
L'episodio più bello?
«Sono moltissimi, ma quello che non ho mai scordato si intitolava “Chi è il vero marziano?”, dove due poliziotti seguono le orme di un presunto alieno che portano in una stazione di servizio: qui succedono strane cose, il juke-box che si accende da solo, le luci che si alzano e si abbassano... poi tutti i clienti partono su un pullman, che cade da un ponte. Più tardi, nella stazione di servizio torna l’unico sopravissuto all’incidente. E qui arriva la botta. Anzi due botte: il tizio inizia a parlare col barista, e mentre una terza mano esce dal cappotto gli dice che lui è un marziano e che stanno arrivando i suoi compagni per conquistare la Terra. A questo punto il barista dice che ci ha già pensato qualcun altro, anni fa: i venusiani... e alzando il berretto mostra un terzo occhio... Quando lo vidi la prima volta a momenti svengo».
E i telefilm di oggi, Lost e gli altri: qual è la differenza?
«Ai confini della realtà aveva il fascino della sorpresa. Lost e i suoi “fratelli” forse tecnicamente sono fatti meglio, ma non sono rivoluzionari. Ai confini della realtà invece inventò un modo di raccontare l’ignoto e la paura, e creò un modo nuovo di fare fiction in tv. Erano “piccoli” episodi, ma veri gioielli».