Lucchetta schiaccia: «Il volley italiano ormai è alla frutta»

Parla l’ex centrale azzurro: «Spero che la Nazionale vinca gli Europei, ma il movimento è in crisi. Un’idea? Io e la Piccinini in camper a fare promozione»

Marcello Castaldi

da Roma

Personaggio schietto, giocatore di volley con un curriculum da brividi, 800 partite in A, 292 in Nazionale, una serie infinita di trionfi. Andrea Lucchetta è la pallavolo italiana, un fenomeno trasversale, come il suo celebre taglio di capelli. Probabilmente, in un ipotetico sondaggio sul personaggio più famoso della pallavolo italiana, sarebbe ancora il nome più gettonato tra tifosi e addetti ai lavori: «Soprattutto tra i tifosi...».
Eppure ha smesso da un po’.
«In effetti è passato del tempo. Sì, qualche annetto».
Domani al Palalottomatica di Roma inizia l’Europeo di volley.
«Mamma mia. Ve la immaginate la mia generazione a giocare un Europeo in casa... e a Roma. Nonostante cinque Europei, non ne ho mai giocato uno davanti ai nostri tifosi: peccato».
Anno 1992, 5 settembre, l’addio alla Nazionale con il 3-1 su Cuba nel trionfo di World League.
«La dimostrazione di quanto sia importante giocare davanti al proprio pubblico. Venivamo dalla batosta di Barcellona, fu proprio il calore dei nostri tifosi, a Genova, a portarci al trionfo. Ecco perché questo appuntamento di Roma è fondamentale. Si deve vincere a tutti i costi, e vedrete che Roma non tradirà, perché è una piazza piena di calore».
Anno domini 2000, 17 maggio, l’ultima gara in campionato. «Gara3 contro Roma che vince lo scudetto, nell’allora PalaEur. Roma era davvero forte, ma aveva qualcosa di mistico quella squadra: arrivò di colpo, vinse il tricolore e sparì. Stupefacente».
Alla guida di quella Roma c’era Montali, il tecnico degli azzurri.
«Mai avuto come allenatore. E meno male. Il Montali giovane era davvero tosto, non oso pensare lui che allena noi giovani. Ma io intendo sempre quelli della mia generazione. Gli autori di “Furia a cavallo del West” avrebbero riscritto tutto. Eravamo dei purosangue niente male. Però siamo stati bravi, siamo durati nel tempo. Erano anni bui quelli, mica come oggi...».
Solito discorso...
«Alt: erano anni pieni di polvere, sudore, privazioni, fatica pura. Oggi è cambiato tutto, è cambiata la cultura del lavoro, andate a dirlo a Montali. Ricordategli il Montali prima versione. E poi è cambiato il volley: con il Rally System Point tutto è più immediato, è più facile giocare e si è meno tecnici».
Torniamo all’Europeo.
«Montali è un grande condottiero. Regge la pressione e sa bene che in casa non si può sbagliare. Avrà vagliato ogni minima situazione. Auguro loro il meglio. Spero che vincano, anche se Francia, Croazia e Serbia saranno pronte a saltarci addosso. Dico che vince l’Italia, ma se così non fosse...».
Se così non fosse?
«L’Italia ha bisogno di una vittoria. Rispetto agli anni ’90 il volley maschile ha perso il 30% dei praticanti, un dato allarmante. Qualche idea ce l’avevo anch’io...».
Faccia una proposta.
«Già fatto. Il presidente Federale Carlo Magri ha tutto. Gli consegnai più di un progetto qualche tempo fa... nel 1994».
Risposte?
«Parliamo della Piccinini».
Ma come?
«È un peccato. Fuori anche lei dalla Nazionale. Povero Ringo».
Serve una sterzata.
«Le donne vanno meglio, ma gli uomini che praticano sono sempre meno e allora ci vuole un’idea. Magari organizziamo un camper promozionale in giro per l’Italia. Partiamo io, la Piccinini e la sua amica: la Cacciatori».
Manca il quarto.
«Ci metto Pozzecco. Sai che divertimento. Grande “Pozz”, ha ragione».
Riguardo?
«La Maurizia s’è sposata, l’ho incontrata col marito. Le ho detto: “Maurizia, è simpatico, gentile, ma... scegliti uno che venga dalla pallavolo”. Le nuove leve del volley dipendono anche da lei...».
Il presente invece come va?
«Non parlo di questa Nazionale, parlo di tutto il movimento. Dal ragazzino fino alla classe dirigenziale, la realtà è che siamo alla frutta, servono nuovi progetti. Altrimenti, nelle prossime generazioni, ci saranno dei buchi: è inevitabile».
Idee?
«Io sono un fermento di idee sul volley. Il problema è trovare progetti concreti. Si deve ripartire andando nelle scuole».
Domani c’è sempre un Europeo.
«L’ho saputo da qualche amico. Dell’organizzazione non mi ha chiamato nessuno».
Magari ha cambiato numero di cellulare.
«No. È sempre 3375745**».
È il suo? Quello vero?
«Fidati. È il mio. Me lo diedero ai Mondiali del 1990...».