Luciani, omaggio al Papa timido

Andrea Tornielli

Lunedì scorso è accaduto un piccolo grande evento televisivo che dovrebbe insegnare qualcosa a chi studia i palinsesti: il film documento per la serie «La Grande Storia» dedicato alla figura di Papa Giovanni Paolo I è stato visto da oltre tre milioni di spettatori con un share del 13,52 per cento. Risultato ottimo, se si conta che il documentario, di due ore e mezzo, è andato in onda in prima serata senza particolari lanci pubblicitari e si è dovuto misurare con film quali «Il favoloso mondo di Amelie» su Raiuno. Non era facile parlare di questo Papa dimenticato, considerato ormai quasi una parentesi fra i grandi pontificati di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Innanzitutto perché di Albino Luciani esistono davvero poche immagini, dato che il personaggio - che aveva scelto come motto episcopale «Humilitas», umiltà - sembrava farlo apposta a sfuggire alle macchine fotografiche e alle telecamere. «Appena designato vostro vescovo - disse ai suoi nuovi diocesani di Vittorio Veneto nel gennaio 1959 - ho pensato che il Signore venisse attuando anche con me un suo vecchio sistema: certe cose, scriverle non sul bronzo o sul marmo, ma addirittura sulla polvere, affinché, se la scrittura resta, non scompaginata o dispersa dal vento, risulti chiaro che il merito è tutto solo di Dio. Io sono la polvere... se un po’ di bene verrà fuori da questa scrittura, è chiaro fin da adesso che sarà tutto merito della grazia e della misericordia del Signore».
Va dato atto a Luigi Bizzarri, ai suoi collaboratori Paola Lasi e Stefania Falasca, e al consulente storico Alberto Melloni, di aver costruito due ore e mezza di grande Tv. Grazie ad annunci pubblicati sui giornali veneti sono riusciti a rintracciare filmini amatoriali con immagini inedite di Luciani vescovo e cardinale durante le cerimonie. Sono state presentate per la prima volta le immagini del suo viaggio in Brasile, ed è stata ritrovata la sua dichiarazione rilasciata prima della partenza per il conclave. I giorni dell’elezione, poi, sono stati descritti con fotogrammi che parlano più di ogni parola, con il patriarca Luciani che rientra nella sua residenza e si ritrova impacciatissimo davanti alle telecamere che vuole sfuggire.
Certo, il film documento in alcuni momenti è parso un po’ troppo cupo e schiacciato sull’inaspettata e imprevedibile morte del Pontefice, avvenuta il 28 settembre 1978 dopo appena 33 giorni di regno. Bizzarri non ha seguito le teorie complottiste di Yallop, pur non omettendo di descrivere i contrasti fra Luciani e la gestione delle finanze vaticane condotta dal vescovo Marcinkus.
Ma che bellezza poter riascoltare brani di quelle quattro memorabili udienze nelle quali il Papa insegnava semplicemente il catechismo. Il ritratto che ne emerge, costruito nel confronto tra la piccola storia del protagonista e la grande storia del Novecento, è quello di un vero di fede, che non può essere ridotto nelle categorie di conservatore o progressista. Molti i testimoni interpellati: e anche se per lo più non si trattava di racconti inediti (il fratello Edoardo, i segretari Lorenzi e Magee sono già intervenuti più volte sull’argomento) i loro contributi hanno reso bene l’immagine dell’uomo e del sacerdote, così alieno a qualsiasi forma di culto della personalità da apparire sempre a disagio di fronte agli applausi. Lui che voleva che il protagonista fosse sempre Gesù Cristo, e non il Papa. Imperdibile, infine, la testimonianza del prete-operaio di Venezia, che ancora oggi non si capacita del perché, ricevendolo, il mite patriarca lo rimproverò chiedendogli se era davvero necessario che oltre a lavorare in fabbrica, si iscrivesse anche alla Cgil.