Luciano Ligabue: "Sono un tossico da palco Canterò anche da vecchio, mai con Vasco"

Il cantante a Campovolo suona davanti a 120mila persone: &quot;Ci sono ragazzi accampati qui da dieci giorni: come li ricambio?&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=535487" target="_blank">Un megashow dell'anima fra mongolfiere e raffiche di rock
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Reggio Emilia - Purché si eviti il paragone con Woodstock, please: qui a Campovolo ci sono, sì, quasi centoventimila persone, è una festa certo con un fracasso di watt, ma vuoi mettere: sotto il palco tutto fila liscio e l’immaginazione sarà pure al potere ma solo per srotolare slogan divertenti, altro che fiori nei cannoni. È la festa di Ligabue, questo Campovolo 2.0, ossia del buon senso. E lui, il rocker sensato, ci arriva a metà pomeriggio con il volto di chi sa per certo che sarà un (mega)concerto incerto: ogni minuscola variabile è buona per mandare tutto a ramengo. E quindi dita incrociate. Ma lingua sciolta. Ligabue parla a raffica, stavolta. Senza giri di parole. O doppi sensi democristiani. Sarà l’adrenalina, evvai. O, chissà, lo sfogo di chi parla sempre poco per poter parlar chiaro quando ne ha voglia. Adesso, per esempio.

Caro Ligabue, poco più avanti c’erano spettatori con uno striscione che la dice tutta: «Vasco panchinaro, Liga mediano».
«Cos’è, una domanda sul calcio?».

In quale ruolo giocate?
«Dai, siamo tutti attaccanti».

Ma Vasco un mese fa ha annunciato il ritiro...
«Sono convinto che ci ripenserà».

E lei quando andrà in pensione?
«Io sono un tossico da palco e, se le cose stanno così, finirò la carriera con un Campovolo 15.6, così vecchio che suonerò con il pannolone».

Un po’ splatter.
«In realtà la data del ritiro non si può mai sapere, dipende da tante variabili. Sul futuro non ci può essere certezza».

Sul presente sì.
«Da domani stacco la spina e sarò in vacanza per quanto tempo non saprei. Ma al mio ritorno so già che avrò quello che scherzosamente chiamo “ingrossamento delle parti riproduttive”. Mi annoierò e mi lancerò in altri progetti. Che al momento non ho. D’altronde questo mestiere è così».

Magari fosse per tutti. Lei nell’ultimo anno ha cantato davanti a 720mila persone...
«Mai così tante nella mia carriera».

Appunto...
«Sono grato e gratificato da questo amore. Ma anche terrorizzato dall’idea di non esserne all’altezza. Voglio dire: qui ci sono ragazzi accampati da dieci giorni, come li ricambio?».

Facendo Ligabue.
«Ci sono brani che devo per forza cantare, come Piccola stella o Urlando contro il cielo. Ma su altri posso variare un po’, come su Ho ancora la forza che qui faccio con Mauro Pagani che suona il bouzouki».

Scusi, tendenza Bob Dylan o Rolling Stones? Canzoni stravolte oppure fedeli all’originale?
«Sono a metà. Devo far godere il pubblico ma godere anche io, quindi talvolta faccio variazioni, altre no».

Stavolta due inediti, M’abituerò e Sotto bombardamento. E, quando uscirà il cd dal vivo, ne arriva un altro...
«Si intitola Ora e allora, racconta dei cambiamenti di una vita, è il sigillo perfetto per chiudere un periodo e, forse, una fase iniziata proprio con il primo Campovolo».

Oltre alla sua musica, ci sono sempre due variabili che l’accompagnano. Una è L’Inter.
«Vuoi sapere perché Moratti si ostina così tanto a tenersi lo scudetto del 2006? Perché la gente, gli interisti, lo vivono come il risarcimento di un periodo».

L’altra è Vasco Rossi. Farete insomma questo benedetto concerto insieme?
«Ho cantato per la prima volta in uno stadio quattordici anni fa. Da allora mi fanno questa domanda. Io e Vasco siamo diversi, abbiamo pubblici, caratteri e intenzioni diverse. In un mondo normale, due artisti come noi non dovrebbero essere messi a confronto».

Però su Facebook pochi mesi fa è uscita la famosa frase su di lei attribuita a Vasco: ne devi ancora mangiare di polenta prima di diventare come me.
«E secondo me l’ha scritta proprio lui. Questa idea di competizione tra noi, che i giornalisti spesso cavalcano, a lui è arrivata. E la vive come un duello».

Qui a Campovolo invece l’aria è rilassata.
«E la gente dimostra allegria, serenità e voglia di conoscersi».
A proposito, dopo il primo Campovolo le svaligiarono la casa.
«Avevo fatto la furbata di non mettere l’allarme. Ma stavolta l’ho messo, tranquilli».