La lucida follia di Duccio e il futuro a Brema

(...) quelli che erano a Brema è il Weser Stadion. Qualcosa che può convincere anche il più scettico sulla necessità di un nuovo stadio a Genova.
Non sono di coloro che danno ragione a Garrone prima ancora che abbia parlato. Ce ne sono anche troppi, non sono affatto utili, e credo che Duccio, come tutte le persone intelligenti, non li apprezzi particolarmente, anzi. Diverso è il caso degli amici veri, come Franco Ardoino. Ma quando Duccio ha ragione, ha ragione. E, sullo stadio, al di là del dibattito sulla localizzazione che viene in un secondo tempo, a dargli ragione sono i numeri secchi: se in Italia la stragrande maggioranza degli introiti delle società di calcio deriva dai diritti televisivi e all’estero invece tutto ruota attorno agli stadi di proprietà e al merchandising, qualcosa vorrà pur dire. I numeri spesso sono freddi e impersonali, ma raramente mentono.
Fra l’altro, Garrone parla da imprenditore che ha portato il suo modello nel calcio, spesso contro tutto e contro tutti. Modello vincente: quarto in assoluto come numero di punti realizzati in serie A negli ultimi anni, cinque volte in Europa, con un rapporto fra investimenti e punti che è il migliore della serie A. Un impegno, quello di Duccio, che si sta allargando al resto della famiglia: l’amore di Edoardo e di Monica Mondini per il Doria è noto e l’ingresso di Giovanni Mondini, pur genoano, nel comitato che guida la squadra è stato un segnale molto importante. Ma la sorpresa maggiore e più bella è quella che viene da Vittorio Garrone, figlio finora un po’ periferico rispetto alle attività paterne, che è entrato nella società in punta di piedi, che ha iniziato a studiare il mondo in cui era capitato, come fanno le persone intelligenti, e che sta dando un tocco personale e assolutamente positivo alla Samp. Insomma, forse il miglior acquisto blucerchiato del calciomercato estivo.
Ma torniamo al Weser Stadion e al «modello Brema» che meritano di essere raccontati e fatti propri in Italia. Al di là di un altro popolo, un’altra civiltà e un’altra burocrazia che permettono di giocare con una gru al centro della curva dei tifosi di casa senza che nessuno di scandalizzi e senza che nessuno crei incidenti. E al di là di un altro modo di vivere il calcio per cui ci si può permettere tranquillamente di giocare senza barriere protettive fra il pubblico e il campo, perchè a nessuno passa per la testa di rovinare il clima di festa attorno alla partita.
Ma, persino al di là di questi (certo non secondari) particolari, è proprio tutto ciò che sta attorno allo stadio e alla partita a fare la differenza. Ed è ciò che rinforza la lucida follia della richiesta di Garrone di fare un nuovo stadio. Una follia erasmiana. Poi, ribadisco, si può non essere d’accordo con la localizzazione a Sestri Ponente e pensare ad altre zone o proporre un nuovo Marassi.
Ma questa seconda parte del discorso è legata a discorsi logistici e tecnici. Quello che non cambia è la necessità di uno stadio nuovo, che non abbia bisogno ogni anno di nuovi look, che abbia bagni degni di tal nome e dove la partita si gusti come uno spettacolo, come a teatro. Soprattutto, un impianto che non viva solo una volta alla settimana e che permetta alle società di fare utili da reinvestire nel mercato senza pesare sulle casse pubbliche. Sembra ovvio, ma evidentemente non è così semplice.
E allora raccontiamo, ad esempio, il fatto che dentro e fuori dallo stadio di Brema ci sono tantissimi botteghini (tutti cablati e computerizzati, non artigianali come da noi) dove è naturalmente possibile acquistare i biglietti, ma anche comprare qualsiasi cosa griffata Werder. E quando dico qualsiasi intendo qualsiasi: dalle magliette, ovviamente, fino alla ciotola e all’impermeabilino per i cani, passando per ciucci e bavaglini per neonati.
Passando, soprattutto, per il modo di «gustare» la partita allo stadio e in tribuna. E quando dico «gustare» intendo nel senso più omnicomprensivo che la parola sa avere: prima, durante e dopo la partita sono in funzione ristoranti che servono il pubblico della tribuna, accomodato in comode poltrone in pelle, e lo coccolano. E per gli sponsor e i loro ospiti ci sono delle tribunette riservate che danno un senso ai soldi investiti su una squadra, e anche in questo caso ogni box ha la sua cucina riservata e i suoi tavoli imbanditi.
Poi, certo, si può obiettare sul menù che ha al centro i wurstel e i crauti. Ma questa è un’altra storia.
(2-fine)