Lucio Dalla: "Mai stato comunista Andavo alle Feste dell'Unità per soldi"

Il cantante sulla via dell'Opus Dei: ""Non sono mai stato comunista né marxista. Andavo ai festival di sinistra perché mi pagavano"

Milano - Però poteva dirlo prima. Ieri in un colpo solo Lucio Dalla ha confessato di non essere mai stato marxista né comunista e di essere invece affiliato all’Opus Dei. Caspita. Sì sì, l’ha detto. Andiamo per ordine. Parlando con Bruno Volpe di Petrus, il quotidiano online sul pontificato di Benedetto XVI, ha rivelato di apprezzare molto San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei perché trova il suo messaggio «di straordinaria attualità». Leggete qui: «Il santo spagnolo non faceva del lavoro un idolo, ma affermava che qualsiasi attività, anche la più semplice, deve essere eseguita con scrupolo, professionalità e dedizione. Così ci si santifica nel lavoro e si santifica il lavoro». Parole sante, che sono da sempre solide nella coscienza delle persone per bene, della borghesia che per tanti anni, trenta o giù di lì, ha visto Dalla appoggiarsi o essere appoggiato da chi la considerava composta da luridi bottegai, da fascisti, da amerikani con la kappa, da pretacci viscidi e corrotti. Vabbè, non semplifichiamo troppo: le cose nella vita cambiano. «Non sono mai stato né marxista né comunista», dice Dalla. «Se mi sono esibito alle manifestazioni di sinistra è perché sono un professionista: gli organizzatori mi hanno pagato e io ho cantato. Punto. Non credo che un cattolico - perché io tale sono - debba rifiutare le offerte che gli vengono fatte solo per una questione ideologica». Eh no, caro Dalla: lei sa bene che, specialmente negli anni caldi dei Settanta e dei primi Ottanta, le opportunità di suonare dal vivo venivano offerte specialmente a chi era rigorosamente allineato, mica agli altri, che difatti non suonavano mai o quasi mai. Niente. Dimenticati.

Cancellati. O si stava a sinistra - pubblicamente e inequivocabilmente molto a sinistra - oppure addio offerte. È stato, quel periodo, fonte di grandi passioni ma anche di danni per la musica italiana, che difatti è diventata, salvo poche eccezioni, di un conformismo così spento da perdere non solo ascoltatori ma anche credibilità. Figurarsi se Lucio Dalla avesse pubblicamente detto - mettiamo alla fine degli anni Settanta - ciò che dice oggi e cioè che «reputo l’aborto una cosa negativa. La vita va difesa sempre e comunque, dal suo momento iniziale sino alla fine naturale». Ora invece, a 64 anni, annuncia a sorpresa: «Personalmente, nell’esistenza di tutti i giorni, anche attraverso la mia affiliazione all’Opus Dei, cerco di contrastare ogni forma di ateismo e di secolarismo, fenomeni che, lamentabilmente, mortificano purtroppo i nostri tempi». Figurarsi se l’avesse spiegato a quegli atei degli organizzatori del Festival dell’Unità. Lo avrebbero sbeffeggiato, altro che concerti. D’accordo, i tempi cambiano ed è lecito che cambino anche le idee, le convinzioni, persino quelle più profonde. Anzi, purché non siano troppo repentini, i cambiamenti sono sintomo di crescita e, talvolta, di salvezza. Però ci vuole un po’ di autocritica altrimenti si offendono tutti, anche quelli che ti chiamavano a cantare perché sentivano una contiguità politica e ideologica e invece ora scoprono un’altra verità. Che sorpresa, non trovate? Perciò rischiano di perdere efficacia anche le parole indubbiamente profonde che ieri Lucio Dalla ha riservato alla sua visione di Dio, «Dio è in ogni luogo»; all’ultima enciclica di Benedetto XVI definita «ineccepibile»; al suo brano Inri «nella quale si parla di due angeli, uno che rappresenta il bene, l’altro che rappresenta il male. Dio, nella sua perfezione, ha creato il concetto di libertà». Ed è per questo che Dalla dedica la canzone al Papa, specificando che «la salvezza è alla portata di tutti». Anzi, addirittura sia benedetto il dialogo interreligioso ma solo «a condizione di non perdere la propria identità». Parole sante. Parole che spiazzano. D’altronde Dalla è sempre stato sorprendente. Ma stavolta di questa metamorfosi qualcuno si è perso qualche passaggio.