L'Udc: il nostro sì non è un favore al governo

I centristi ripropongono l’ordine del giorno. Ma Giovanardi chiede un vertice della Cdl: l’opposizione deve avere una linea unitaria

Roma - Più sensibili alle sirene dell’Unione - incarnate all’occasione dal presidente del Senato Franco Marini e dal ministro della Giustizia Clemente Mastella - che ai richiami del centrodestra, l’Udc resta sulle posizioni decise dal leader Pier Ferdinando Casini: sostegno al decreto di rifinanziamento delle missioni insieme all’Unione e presentazione di un ordine del giorno per rafforzare le armi in dotazione ai militari italiani. Non un emendamento al provvedimento del governo, quindi, ma un atto di indirizzo verso il quale si sono mostrati disponibili i due leader centristi della maggioranza. Ma che nella Cdl suscita umori diversi, prudenza o aperta contrarietà, come quella del leghista Roberto Calderoli, sicuro che si tratti di un «cavallo di Troia».
L’ordine del giorno a giudizio del segretario Lorenzo Cesa dovrebbe rappresentare una motivazione sufficiente anche per gli altri gruppi dell’opposizione. È «auspicabile e necessario il sostegno parlamentare di tutte le forze del centrodestra, coeso, a una missione che c’era prima del governo Prodi e ci sarà anche dopo», ha spiegato. Quello dell’Udc non sarà un voto a favore dell’esecutivo. «Tutti nel Ppe a cominciare dall'Udc - ha spiegato Cesa - vogliono mandare a casa Prodi, perché questo governo è condizionato dall’estrema sinistra ma tutti nel Ppe vogliono anche la nostra presenza in Afghanistan».
L’Udc chiede alla Casa delle libertà di confermare una linea atlantista. E di fare chiarezza. «Sarei curioso di sapere perché Forza Italia e Alleanza nazionale non esprimono chiaramente le loro intenzioni» di voto, ha protestato Casini. Aggiungendo: «se hanno cambiato idea» sarebbe «utile saperlo senza trincerarsi dietro l'Udc».
«Berlusconi - è l’auspicio di Maurizio Ronconi - in queste ore non segua i cattivi consiglieri ma dia ascolto a quelli che pure suggeriscono comportamenti coerenti con la storia filo atlantica che sempre i partiti moderati hanno avuto come riferimento». Quindi: «non prevalgono questioni di politica interna, ma la necessità di confermare l’alleanza con gli Stati Uniti e con i Paesi della Nato di non isolare l'Italia dal contesto internazionale». Anche perché «Prodi alla fine ce la farebbe da solo» e così si trasformerebbe «nel rappresentante più affidabile in politica estera».
Insomma l’appoggio al rifinanziamento non vuole essere un voto politico. E se Mastella precisa che un suo eventuale sostegno al testo portato in Aula dall’Udc non è una prova di grande centro, per Sandra Monacelli, senatrice dell’Unione di centro, è proprio l’appoggio dell’Unione all’ordine del giorno, a partire da quello di Marini, a mettere in crisi l’esecutivo. «Se il presidente del Senato non capisce la connessione fra non essere il governo Prodi politicamente autosufficiente in politica estera con le doverose dimissioni dello stesso, vuol forse dire che per Marini il governo Prodi è già politicamente morto».
Ma nell’Udc c’è anche chi si preoccupa delle ripercussioni del voto di domani sul centrodestra. E auspica unità. Carlo Giovanardi: «Come il governo deve avere una maggioranza autonoma in politica estera così l'opposizione ha il dovere morale di esprimere una linea unitaria», ha sottolineato l'ex ministro auspicando un incontro prima che il decreto approdi al Senato. «Il voto sull'Afghanistan non può essere liquidato come un normale adempimento burocratico». E senza una linea chiara da parte del centrodestra, la Cdl «rischia di diventare corresponsabile dei disastri del governo Prodi».