L'Udc sostiene i soldati e Prodi

Approvato il decreto sulla missione in Afghanistan grazie ai voti dei centristi e dei senatori a vita. <strong><a href="/a.pic1?ID=167259">Il premier festeggia</a></strong>: &quot;Svolta politica&quot;. Berlusconi risponde:<strong> <a href="/a.pic1?ID=167257">&quot;Governo illegittimo&quot;</a></strong>. La maggioranza politica era di 158 voti, l'Unione si è fermata a 155. <strong><a href="/a.pic1?ID=167038">L'amarezza di Napolitano</a></strong>. La Nato polemica con l'Italia: <a href="/a.pic1?ID=167042"><strong>&quot;Non si tratta con i terroristi&quot;</strong></a>

Roma - All’ora di cena, dopo una giornata calda e tesa, il decreto che rifinanzia le missioni militari - prima fra tutte quella in Afghanistan - è stato approvato definitivamente dall’aula del Senato. Grazie ai consueti voti determinanti dei senatori a vita e a quelli sinora inconsueti ma altrettanto determinanti dell’Udc, che per la prima volta dall’inizio della legislatura ha rotto l’unità d’azione della Cdl. Forza Italia, An, Lega e tutti gli altri partiti minori d’opposizione, compreso Sergio De Gregorio, hanno infatti scelto l’astensione, che per il regolamento di Palazzo Madama equivale al voto contrario. Tant’è che la conversione in legge è passata con 180 voti a favore, 132 astenuti e 2 contrari. I presenti erano 315, votanti 314 poiché il presidente Franco Marini non partecipa al voto, maggioranza richiesta 158.

Tolti i 4 senatori a vita che hanno votato per il governo (assenti giustificati Francesco Cossiga e Sergio Pininfarina, Giulio Andreotti non ha votato), i 20 dell’Udc che hanno anch’essi votato sì, Lino Jannuzzi che ha approvato il decreto in dissenso dal gruppo di Forza Italia, i voti dell’Unione scendono a 155. Sotto la soglia dell’autosufficienza si direbbe, dimostrando ancora una volta che il governo è privo di quella «necessaria maggioranza politica» richiesta dal presidente Napolitano nella pur recentissima crisi. Ora s’attende che dopo la promessa mattutina, Pier Ferdinando Casini chieda udienza al Quirinale, poiché come spiegavano anche il segretario Lorenzo Cesa e il capogruppo Francesco D’Onofrio, «se Prodi non disponesse di una maggioranza politica al Senato, avrebbe l’obbligo istituzionale, politico e morale di rassegnare il mandato». Pur se Gianfranco Rotondi, dalla Dc ironizza: «È lecito che Casini decida di appoggiare il governo, ma che poi voglia correre al Quirinale per dire che il governo non ha la maggioranza che gli ha assicurato poco prima, al massimo può attendersi che il presidente Napolitano gli offra un buon caffè».

Gli è che fin dal mattino tanto Casini quanto D’Onofrio s’affannavano ad assicurare che la maggioranza era «autosufficiente», sull’Afghanistan ce l’avrebbe fatta anche senza il voto dell’Udc. Insomma, votavano sì per coerenza e solidarietà coi nostri soldati, pur se gli alleati d’opposizione - anche De Gregorio sbandierava un documento della Ragioneria di Stato che «assicura nessuna ricaduta negativa sulla missione in caso di bocciatura, c’è tempo sino alla fine dell’anno per reiterare» - s’affannavano a spiegare che non c’erano conseguenze irreparabili, ma ora è prioritario «mandare a casa un governo irresponsabile». La conclusione è che seppur Marco Follini sorride, «finalmente sono venuti dove dicevo io», l’Udc è ora in mezzo al guado, né di qui né di là, in posizione solitaria e isolata. E un Casini non certo euforico replicava ieri sera a Francesco Rutelli che snocciolando numeri vantava sicurezza sulla tenuta del governo anche al Senato: «Se vi cullate ancora nella sindrome dell’autosufficienza non andrete lontano», ha rimproverato l’ex presidente della Camera quasi giustificandosi: «Io sull’Afghanistan ho difeso l’Italia e gli italiani, ma resto convinto che il governo Prodi prima se ne va e meglio è». Poi Casini s’è scagliato ancora contro «questo bipolarismo che produce questi bei risultati», auspicando un «chiarimento nel centrodestra». Pur se Carlo Giovanardi gli fa eco mesta lamentando il «giorno triste» che obbliga a prendere atto che «la Cdl non esiste più», si vedrà stamane nella riunione dell’Ufficio politico dell’Udc.

Quel che mette a nudo la scelta dell’Udc, è l’assenza completa di contropartite politiche al suo voto. In aula nel pomeriggio, Massimo D’Alema ha provato a ritagliare una foglia di fico per Casini, ma senza successo. Il guaio lo aveva già fatto Marini al mattino, in conferenza dei capigruppo, negando l’ammissibilità dell’ordine del giorno dell’Udc, perché fuori tempo massimo. Quell’Odg, col voto della Cdl e dell’Unione, avrebbe nobilitato il sì al decreto, osteggiato dagli altri d’opposizione.