Luddisti e giacobini Il grido di allarme di un professore di storia

Gentile direttore,
Lo dico subito: non sono un manager. Sono solo un vecchio professore in pensione, uno di quelli che ha passato la vita a raccontare ai propri studenti la rivoluzione francese, l’orrore della ghigliottina e la filosofia giacobina. Non ho mai detto questo è bene e questo è male, ma ho sempre cercato, a differenza di molti colleghi, di sottolineare che quelli che usano il terrore nel nome della giustizia sociale sono i primi a creare caste privilegiate. Le dico questo perché sono rimasto colpito dai sequestri di dirigenti e banchieri. Non è una categoria che mi sta particolarmente simpatica, sa io credo che il capitale umano, la cultura, valgano più dei soldi e forse sono solo un povero illuso, ma non credo che i problemi si risolvano, in democrazia, con atti di violenza. Ora capisco che ogni crisi ha bisogno di capri espiatori, qualcuno verso il quale bestemmiare, un gruppo di «antipatici» su cui far ricadere tutte le colpe. Forse è normale che chi perde il posto di lavoro sia esasperato. Non è normale, però, leggere alcune dichiarazioni di leader politici o sindacali, più qualche ex terrorista, sostenere che tutto questo in fondo è utile. Serve a qualcosa. Questa gente scherza con il fuoco e strumentalizza a favore del male situazioni critiche, difficili. L’impressione è che questi illuminati maestri sperino nella grande onda di violenza di disoccupati, precari, studenti, magari guidati da un gruppo di teorici della «violenza per la violenza», mestatori del caos che accompagnano tutte le epoche. Queste, in fondo, sono faccende antiche e dimostrano che la storia, purtroppo, non è mai maestra di vita. Le generazioni dimenticano, non sanno, cancellano il passato e perseguono sempre gli stessi errori. Io non sono un uomo di destra. Non credo nella cultura televisiva e dei reality show da cui pesca spesso il «berlusconismo», ma quello che vedo è una sinistra arida, astiosa, carica di rabbia e di frustrazione, che ha perso l’umanesimo e si nutre forse degli stessi valori televisivi. Non mi piacciono i personaggi che hanno fatto fortuna come commissari del popolo contro il berlusconismo. Non mi piace chi si sente martire di una dittatura che non c’è e confonde i salotti della tv in un carcere fascista. Tutto questo mostra tanta miseria umana. E sequestrare manager e banchieri non serve assolutamente a nulla. Dovremmo tutti invece lavorare per uscire da questa crisi, senza più illuderci che basta giocare a poker con la finanza per creare ricchezza, ma i neoluddisti francesi e inglesi buttano solo altro aceto sulle ferite. E sono più pericolosi di quanto si pensi. Queste sono storie che il suo quotidiano non dovrebbe sottovalutare. Non è un consiglio, ma una speranza.

Caro Marzilli, non mi sembra che stiamo sottovalutando il problema. Questo giornale, per storia e tradizione, non ha mai guardato con simpatia a giacobini e luddisti. A me poi stanno particolarmente antipatici. Come lei non sono uno che frequenta più di tanto manager e banchieri. E trovo odiosi tutti quelli che fanno l’apologia dei sequestri. La sua analisi, da bravo professore di storia è corretta. Anche se non credo che il «berlusconismo» si nutra della filosofia dei reality show. Berlusconi, come leader politico, è soprattutto un modernizzatore. Il suo obiettivo culturale è superare il Novecento e archiviare come storia le vecchie ideologie. C’è qualcosa di più innovativo dei «reality» nella sua politica. È quello che i suoi nemici non hanno mai capito.