Lugovoi candidato al Parlamento per gli ultranazionalisti russi

Per il rotto della cuffia, ma Costantino Karamanlìs ce l’ha fatta. Ha vinto le elezioni con il 42% dei voti, e la sua Nuova Democrazia potrà governare per un secondo mandato, sia pure con due soli seggi in più della maggioranza assoluta richiesta: 153 sui 300 del Parlamento di Atene. La schiacciante vittoria del 2000, con il 45,36% dei voti e 165 seggi alla Vulì, è un lontano ricordo, ma la pur risicata affermazione di ieri scongiura una fine prematura della carriera politica del 51enne leader conservatore
Ghiorgos Papandreu, con il 37,8% e 101 seggi, è il grande sconfitto: il suo Partito socialista panellenico (Pasok) non solo non è riuscito a sfruttare lo scontento provocato nel Paese dai devastanti incendi di fine agosto e da alcuni gravi scandali finanziari, ma ha avuto un calo di voti e di seggi rispetto alle elezioni del 2004, ottenendo la percentuale più bassa dal 1977. I risultati ufficiali si avranno soltanto oggi, ma il riconoscimento ufficiale della vittoria di Nuova Democrazia è venuto ieri sera dall’influente ex ministro degli Interni del Pasok, Kostas Skandalidis, che ha ammesso: «Abbiamo perso le elezioni». Privo del trascinante carisma del padre Andreas, fondatore del Pasok e tre volte primo ministro, Ghiorgos Papandreu rischia ora la poltrona. A urne appena chiuse, nel suo partito si parla apertamente della necessità di un cambio di leadership.
Ma quella di Nuova Democrazia è una vittoria amara, e anche il centrodestra registra un calo di voti (meno 3%) e di seggi (12 in meno) rispetto alle passate consultazioni. E se la strategia di Karamanlìs ha prevalso, è stato soprattutto per le generose promesse elettorali e le corpose sovvenzioni alle vittime degli incendi (più di 300 milioni di euro).
Certo, una vittoria così di misura renderà difficile a Karamanlìs mettere mano alle riforme strutturali promesse (e richieste da Bruxelles), come alcune impopolari privatizzazioni e la riforma delle pensioni. Anche perché in Parlamento ci sono per la prima volta tre formazioni politiche minori, una di estrema destra (Laos) e due di sinistra, il partito comunista (Kke), e Synaspismòs, che aumentano i consensi superando assieme il 10% dei voti e ottenendo 24 seggi.
Il diffuso scontento e una parte dei voti persi da Karamanlìs hanno premiato, oltre alla sinistra, il partito di estrema destra Laos, dell’eurodeputato Ghiorgos Karatzaferis, che entra per la prima volta in Parlamento superando di un punto percentuale lo sbarramento del 3% e ottenendo 11 seggi. Karatzaferis è un transfuga di Nuova Democrazia, da cui fu espulso nel 2000, e il suo Laos (che significa popolo, ma il cui acronimo sta per «Allarme popolare ortodosso»), e ha fatto una campagna elettorale aggressiva nei confronti dei due partiti maggiori, denunciando le banche «ladre», invocando «l’omogeneità etnica» della Grecia e opponendosi all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Alla vigilia del voto, Karamanlìs aveva detto chiaro e tondo di non essere disposto a nessun genere di alleanza, e che non intendeva neppure avviare consultazioni nel caso non avesse ottenuto un mandato che gli consentisse di governare da solo. «O la maggioranza o il caos», era stato l’ultimo appello ai suoi elettori.
Resta il fatto che quello di ieri è stato un voto di protesta come non se ne vedeva da tempo in Grecia, fortemente influenzato dagli scandali e dagli incendi. Perché se è vero che i due partiti maggiori continuano a dominare la scena politica, è anche vero che mai prima d’ora, da mezzo secolo a questa parte, i partiti minori avevano ottenuto una percentuale di voti che sfiora il 17 per cento.