«È lui il più grande del Novecento»

Critici e bacchette concordi sul suo primato tra i direttori del secolo scorso. Hastings: «L’unico rivale è Furtwängler»

da Milano

Nell’immaginario collettivo è Arturo Toscanini l’icona della direzione. Eppure ha giganteggiato in un secolo a sua volta abitato da giganti della bacchetta quali Victor De Sabata, Wilhelm Furtwängler, Herbert von Karajan o Otto Klemperer. A cosa si deve il fenomeno Toscanini? Lo abbiamo chiesto a studiosi e a interpreti: tutti concordi nel additare Toscanini come il direttore simbolo del secolo appena spento.
Simbolo per tre ragioni, chiarisce Michele Dall’Ongaro, compositore e responsabile della programmazione musicale di Rai Radiotre. «Anzitutto per l’intelligenza, il rigore musicale e l’idea di un’interpretazione che andava rifondata. In secondo luogo per l’intuizione della necessità di un progetto artistico diffuso alle masse. Infine, per la coscienza del ruolo dell’artista e in particolare dell’interprete. Furtwängler è il musicista che affonda le radici nella cultura tedesca come nessun altro ma il percorso politico fa sì che la sua figura ne esca sconfitta, credeva che un artista rimanesse puro in qualsiasi contesto, Toscanini il rigore lo applicava anche alla vita e questa sua utopia di perfezione aveva un fascino mitico». Stephen Hastings, direttore del mensile Musica, spiega che «De Sabata e Furtwängler rappresentavano valori antitetici a quelli di Toscanini; un modo di fare musica che nasceva non dal rigore esterno ma dall'istinto. De Sabata non incise abbastanza per diventare un mito mondiale. Furtwängler era ed è tuttora il rivale più formidabile del maestrissimo; il direttore forse più amato dagli stessi musicisti. Klemperer ammirava Toscanini, ma rimase lontano dal suo modo di fare musica ed era troppo individualista per aspirare a un consenso universale. Karajan operò una sintesi tra la lezione toscaniniana e la scuola austro-tedesca, aggiungendo sonorità da era tecnologica. Alla fine fu corrotto dalla sua stessa smania di potere».
Toscanini campeggiava nelle riviste dell’epoca, «prima degli altri ha avuto la sensibilità di appropriarsi dei mezzi di comunicazione diventando un fenomeno mediatico. Lui si sottoponeva spesso alle interviste, probabilmente malvolentieri, ma sapeva che di fronte a questo fenomeno di divulgazione artistica di massa non bisognava opporsi, soprattutto negli Usa», spiega il musicologo e specialista toscaniniano Marco Capra. E sempre a proposito di media, Andrea Estero, musicologo e redattore del mensile Classic Voice (per il quale ha curato lo speciale «Toscanini alla Scala») spiega «oggi lo conosciamo più di altri direttori della sua generazione anche per la presenza di un lascito discografico che, per qualità e quantità, non ha paragoni con quello di altri direttori della sua generazione. Toscanini è il primo direttore moderno, la prima incarnazione di quella mitologia tutta novecentesca che ha attribuito alle funzioni direttoriali una autorevolezza e un primato prima sconosciuti».
Capra conia una sorta di slogan per Toscanini: «Uomo dall’ostinazione insoddisfatta. In lui si avvertono uno sforzo di ragionamento e di scavo quasi uniche». Ma non solo, «Toscanini coniugava due qualità particolari: da un lato il temperamento marcatamente latino, molto drammatico, dall'altro il rispetto scrupoloso, quasi maniacale, del dettato musicale - osserva il direttore stabile a Santa Cecilia e al Covent Garden Antonio Pappano che confessa -: qualsiasi direttore italiano ha costantemente l’ombra di Toscanini dietro di sé. Sono particolarmente affascinato dalle registrazioni delle prove di Toscanini perché ci si rende conto dell’enorme feeling che aveva con le parole. È persino commovente sentirlo cantare insieme al tenore nel climax dell’aria di Bohème, è come se si distendesse in un’eterna giovinezza».
Grande artista, d’accordo, ma con quel valore aggiunto e imponderabile che altri non ebbero o almeno nella stessa misura. «La resa esecutiva dipende per il cinquanta per cento dallo studio e per il resto da una questione alchemica impossibile da razionalizzare. Non è detto che il successo sia proporzionale allo spessore artistico di un uomo» commenta Carlo Maria Parazzoli, primo violino dell’Orchestra di Santa Cecilia di Roma. In questo senso, è De Sabata a fornire un esempio «ancor più geniale e fantasioso di Toscanini» sostiene il direttore Oleg Caetani che spiega: «la figura di Toscanini ha schiacciato quella di colleghi italiani ma pure dell’area austro-tedesca da Karajan a Furtwängler anche per la sua integrità morale. I tedeschi, dopo averlo criticato, ora l’hanno riscoperto». «Toscanini, un implacabile antifascista che allo stesso tempo si presenta come l'alfiere della fedeltà esecutiva. È difficile infatti negare la forza etica della sua presenza sul podio», chiude Hastings.