«Ma lui picconava per amore»

C’è voluto il presentat-arm ordinato del comandante del picchetto d’onore della Brigata Sassari per interrompere cori e applausi e ripristinare il doveroso silenzio. Da lassù avrà sicuramente apprezzato Francesco Cossiga, «picconatore per amore» che amava l’ordine, il rigore. Ora riposa nella tomba di famiglia, accanto a quella di un altro grande presidente sardo, Antonio Segni.
Un addio semplice, come nella volontà dell’ex presidente della Repubblica, quello celebrato ieri mattina nella chiesa di San Giuseppe a Sassari che ha fatto seguito alle esequie romane. Alle 12 il feretro ha lasciato la chiesa avvolta nella bandiera con i quattro mori annodata al tricolore. Dietro la bara un lungo, affettuoso seguito popolare.
La funzione si è svolta come richiesto nella lettera. Alla messa hanno dunque partecipato i sindaci sardi senza la fascia tricolore. In tutto una cinquantina di politici, solo gli amici tra cui Beppe Pisanu, Mario Segni, Enzo Carra e Arturo Parisi. In prima fila, alla destra del feretro il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau e il primo cittadino di Cagliari Emilio Floris. Tra la folla, in piedi, l’ex presidente del Coni Franco Carraro e il deputato del Pdl Salvatore Cicu. Tra gli esponenti del centrosinistra, l’amico di vecchia data Arturo Parisi. C’è voglia di parlare di lui. Ganau ricorda la saggezza: «Fino all’ultimo è stato vicino alla sua città dispensando suggerimenti», mentre Floris gli dedica un monumento virtuale: «Era il sardo più rappresentativo del mondo politico italiano, era un punto di riferimento che credeva nello Stato e in una Sardegna “nazione” sul modello catalano».
Ma il ricordo che commuove è quello dell’omelia di monsignor Pietro Meloni, vescovo di Nuoro, amico d’infanzia di Cossiga: «Francesco era assetato di verità e di giustizia. Probabilmente aveva sentito la voce di una chiamata alla vita del Vangelo». Il presidente è per monsignor Meloni semplicemente «Francesco», senza sfuggire al ricordo di due delle fasi più contestate, travagliate della sua lunga carriera politica: il sequestro Moro e gli ultimi anni al Colle. «Picconava sì, ma con amore, la vittima di turno faceva fatica a leccarsi le ferite, ma spesso si trattava di pavoneggiamenti che lui stesso riconosceva pentendosene e sentiva il dovere di dover essere perdonato».