«È lui il successore del Cavaliere»

Così Gasparri, che plaude al rinnovamento. Ma il capogruppo La Russa non parla del partito

Roberto Scafuri

da Roma

In sede di ricostruzione storica si dirà che il primo requisito del «colonnello» fosse di negare sempre di esserlo. Anche contro l’evidenza e sotto tortura. Nel contempo agendo ineluttabilmente da colonnello. Più che «colonnello», denominazione di origine oggi in disgrazia, si parlerà allora di «gruppi dirigenti». E i gruppi dirigenti - detta con Maurizio Gasparri, prototipo del genere - «nascono e allignano in base alla storia, non degli organigrammi; i ruoli si definiscono sul campo».
Gli organigrammi, fa capire l’ex ministro delle Comunicazioni, dipendono da contingenze varie, «accadimenti di natura composita e transeunte». Insomma, per farla davvero breve, coordinatori e commissari si diventa, ma classe dirigente (vulgata: «colonnelli»), si resta. Una condizione che permette oggi a Gasparri di rilevare come la linea del partito rinnovato a luglio sia giusta, giustissima. «L’avessimo perseguita nel tempo con la stessa coerenza, preparandoci per tempo all’appuntamento del 2006...», sospira. Nulla è perduto, ragionano però gli ex colonnelli post defenestrazione. «Oggi non è più la stagione degli organi di partito - osserva l’attivissimo Italo Bocchino -, le elezioni sono alle porte, le polemiche acqua passata. Rimbocchiamoci le maniche per consentire all’intera Cdl di ritrovare serenità e vincere».
Passata è la tempesta, dunque. L’unico a non avere ancora chiuso l’ombrello pare Ignazio La Russa restio, d’ora in avanti, a «parlare di questioni di partito sui giornali; sui giornali si deve parlare dei rapporti tra i partiti e dei problemi che interessano davvero la gente. Della vita interna di un partito no, ci sono gli organi statutari per questo». La prossima «sede opportuna» sarà dunque l’esecutivo che Fini si appresta a completare con le restanti nomine. La Russa dovrebbe parteciparvi di diritto in qualità di capogruppo alla Camera. «Ho intenzione di convocare molto spesso i miei parlamentari, di renderli ancora più attivi, così da portare nell’esecutivo la voce del gruppo...». L’attesa per le nomine c’è ma non si vede, annegata dal risorgente orgoglio di una classe dirigente più spesso bistrattata che finita sugli allori. «In cinque anni di governo - dice un altro ex colonnello - l’unica classe dirigente che ha saputo essere affidabile e istituzionalmente ineccepibile è la nostra. Nessun incidente di percorso, nessuna gaffe o scivolone».
Il barometro della ripresa viene indicato dunque sul «sereno stabile». «Non è poi che ad agosto si possa vedere tanto e delle riflessioni fatte i frutti si vedranno poi...», aggiunge il realismo di un altro. Fatto è che la nuova (o vecchia) linea di Fini, il Fini tornato sulla strada maestra, pare fatto apposta per mettere fine alle liti. «Non sembri piaggeria - aggiunge Gasparri -, ma io che Gianfranco possa naturalmente aspirare al ruolo del delfino personalmente l’ho sempre pensato. Forse si poteva investire di più, in questi anni, nel rapporto di lealtà con Berlusconi e su un canale privilegiato con Forza Italia. Asse e partnership non significa subalternità. Il partito unico ha in me un sostenitore ante-litteram, mentre quello che i giornali hanno battezzato in questi anni come “subgoverno An-Udc” era un grosso errore».
Il centro legittimamente pensa a fare centro e i tempi di Pinuccio Tatarella sono passati. An non è diventata l’auspicato contenitore di post-dc e, anzi, negli ultimi tempi, ha perduto qualche centrista di rilievo. Si cercava la centralità nella coalizione, all’epoca espansiva di Fiuggi, puntando su un’ampia rappresentatività che consentisse solidi approdi al mondo moderato. «Oggi il partito unico interpreta in maniera diversa quella necessità», spiega l’ex ministro. Ma come reagire all’offensiva dei centristi di qua e di là del Rubicone? «Resto sempre dell’idea che potremmo rompere il tabù dell’adesione al Ppe, lo dico dal 2001...», sospira Gasparri. La corrente in sofferenza a luglio, Destra protagonista, resta così il centro di gravità permanente del partito secondo i suoi colonnelli più de facto che de iure. Con il rammarico che «le cose che dovevamo fare prima le stiamo facendo oggi, e sarebbe stato meglio evitarci inutili diffidenze del mondo cattolico». Una linea che pensa, forse nel momento meno propizio, che la destra possa restare cardine della politica bipolare. Basterebbe «sincronizzare gli orologi», suggerisce l’ultimo degli slogan gasparriani. Un antidoto contro il logorio e l’incomunicabilità nelle moderne classi dirigenti.