Luis Suarez, un campione anche tra le righe

Oggi il fuoriclasse sarà in via Dante con il figlio di Herrera

Claudio De Carli

Il presidente dell’Inter Angelo Moratti era riuscito a ingaggiare Helenio Herrera e il Mago aveva accettato a una sola condizione: Suarez.
Non era un problema di soldi, Moratti aveva prenotato Eusebio e Pelé ma per Suarez c’era tutta la Catalogna da convincere. Il presidente aveva incaricato un suo fido, lo aveva imbarcato per Barcellona e ogni sera voleva dettagli sulla trattativa: l’hai portato a cena? L’hai convinto? Allora firma?
Niente da fare, dopo una settimana di estenuanti incontri Suarez era sempre del Barcellona e il Mago non firmava. Ma Moratti era uomo capace di fare la differenza ovunque, attento al minimo dettaglio e l’occasione si presentò quando venne a sapere che il Barça stava ampliando il Nou Camp. Prese l’aereo e si presentò a Barcellona la sera di una sfida con il Real: gran bello stadio, disse al presidente del Barcellona, e quanta gente fuori senza posto. Chissà che incassi fareste se questo stadio avesse una capienza maggiore!
Un dirigente si avvicina e gli fa: per costruire un nuovo anello ci servirebbero duecentocinquanta milioni. Eccoli, rispose Moratti che mise una pila di pesetas sulla gradinata. Erano il costo di Luis Suarez.
Suarez aveva uno stile particolarissimo nel calciare, si coricava, scendeva con il baricentro del corpo, piegava la gamba sinistra e faceva fare un intero giro alla destra. Sembrava che si dovesse sedere sul prato di San Siro, invece da quel piede partivano lanci di cinquanta metri che divennero famosi in tutto il mondo. Vedeva scattare Jair o Mazzola, calcolava il tempo che avrebbero impiegato a raggiungere quella posizione nel campo e li serviva di barba e capelli, come si diceva ai suoi tempi. Almeno il cinquanta per cento delle reti segnate dalle punte interiste erano merito suo.

Luis Miramontes Suarez, per tutti Luisito, era nato a La Coruña nel 1935 e nei rutilanti anni Sessanta era chiamato El Pibe de Oro, lo stesso appellativo che avrà Maradona trent’anni dopo. Professionista straordinario, una figura nel firmamento del football nata al momento giusto e nei tempi giusti, quando il calcio stava intuendo la sua atomica funzione sociale e lui era l’immagine perfetta. I calciatori iniziavano a guadagnare molto e suscitare invidie, lui era la dimostrazione che nessuno regalava niente, dietro a ogni sua pesetas c’erano applicazione e tenacia, allenamenti costanti, puntualità, correttezza.
Alcuni fra i più grandi narratori e pensatori del XX secolo hanno intuito nello sguardo fantastico del calcio uno specchio attraverso il quale immaginare il paese delle meraviglie che trasforma ogni tifoso in sognatore. Pochi scrittori hanno avuto il coraggio di elevare la passione per il calcio alla spregiudicata trama di un racconto, Eduardo Galeano uno di questi, accostava irriverente le magie quotidiane dei calciatori all’onnipotenza degli dèi: «Suarez - ha scritto -, non credeva nelle maledizioni ma sapeva che avrebbe segnato qualche gol ogni volta che gli si rovesciava il vino a tavola mentre mangiava». Segnava dopo aver rovesciato il vino e dava vita all’orgia miracolosa dei tifosi, il poema collettivo.
Oggi e domani l’Instituto Cervantes di via Dante in collaborazione con il Ministerio de Cultura de España e il Ministerio de Asuntos Exteriores Filmoteca, rende omaggio al galiziano Suarez con due giorni di incontri, filmati, dibattiti, introspezioni e palle rubate dal señor Luis. Ci saranno il figlio del mago, Helenio Angel Herrera, Santiago Solari, Javier Zanetti, romanzieri e giornalisti. Un tributo all’unico calciatore spagnolo ad aver vinto nel 1960 il prestigioso Pallone d’Oro, simbolo dei valori del calcio di questi ultimi cinquant’anni. In realtà un simbolo senza tempo quando, durante una partita contro dei giovanissimi giornalisti ad Appiano Gentile, scese in campo a piedi scalzi per un’ora e mezza a sessant’anni suonati, esigendo un fallo solo perché il più spregiudicato di loro si era permesso di fargli un «sombrero», facendogli passare la palla sopra la testa. E la punizione venne battuta.