Lula, il difensore dei diritti che ha per modello l’Iran

Il presidente brasiliano non ha esitato a ricevere Ahmadinejad mentre i suoi aguzzini arrestavano e torturavano gli oppositori

Il presidente Lula, ci fanno sapere i giornali brasiliani,è preoccupato.Te­me che quel fiorellino gentile d’un Ce­sare Battisti rischi la sua nobile vita se estradato in Italia. C’è da capirlo. Le questioni umanitarie e le sofferenze di chi si batte per una giusta causa agi­tano da sempre il nobile cuore di que­sto presidente libertario e democrati­co. I fatti sono lì a dimostrarlo. Nel­l’agosto del 2009 mentre gli aguzzini del regime di Teheran continuano ad arrestare e torturare i dissidenti scesi in piazza per contestare la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad - Lula “cuore d’oro” è uno dei pochi capi di Stato a congratularsi con il riconfer­mato presidente iraniano. E pochi me­si dopo- nel novembre 2009 - non esi­ta a riceverlo con tutti gli onori a Brasi­lia. Del resto vorrai metter la retrograda e repressiva penisola italica con quel paradiso dei diritti umani chiamato Iran. Un paradiso a cui - sostiene Lula - bisogna concedere fiducia in tutti i campi. Non escluso quello nucleare. Così nel giugno di quest’anno il Brasi­le è uno dei pochi a respingere con un secco “no” la risoluzione del Consi­glio di Sicurezza dell’Onu che vara nuove sanzioni destinate a bloccare la corsa al nucleare degli iraniani. Quelle sanzioni, votate persino da Ci­na e Russia, fanno inorridire il buon Lula. «La pace mondiale – sostiene lui- non si raggiunge isolando qualcu­no ». Neppure se quel qualcuno si ri­promette di cancellare dalla carta geo­grafica un Paese chiamato Israele. Ma queste, direbbero i sostenitori di Lula, son meschine bassezze. Confon­dere le preoccupazioni per quel genti­luomo d’un Cesare Battisti con una politica estera che permette a Tehe­ran di aggirare le sanzioni e garanti­sce al Brasile scambi economici per ol­tre un miliardo di dollari annui non è cosa né buona nè giusta. Allora parlia­mo di politica vera. Parliamo di politi­ca “ brasileira”.Parliamo di una politi­ca c­he ha come astro nascente un per­sonaggio “ omologo”,per certiversi,al nostrano Cesare Battisti. Lei si chia­ma Dilma Roussef e oltre ad essere la neo eletta presidente, destinata a suc­cedere dal primo gennaio a Lula, è an­che una ex terrorista marxista. Una che per sua ammissione non esitava, ai tempi della lotta alla giunta milita­re, a maneggiare le armi. E neppure a sparare, o a rapinare. Una che il 18 giu­gno del 1969 mette a segno - assieme ai compagni di “Vanguarda Armada” - una rapina fruttata oltre 2 milioni e mezzo di dollari. Con questo passato turbolento il neo presidente Dilma Roussef non è pro­babilmente la persona più adatta a ge­stire la difficile eredità del caso Batti­sti. Lei in campagna elettoralesi è det­ta pr­onta ad esaminare e al caso a con­cedere l’estradizione del terrorista ita­liano. Ma una cosa è dirlo, un’altra è farlo. Per un’ ex terrorista – responsa­bile di azioni molto simili, anche se meno sanguinarie e immotivate, di quelle attribuite a Battisti - sarebbe co­munque assai difficile rompere con la linea di Lula, tradire il presidente che le ha garantito la vittoria mettendole a disposizione i voti del proprio elettora­to. Ma sarebbe ancor più imbarazzan­te passare alla storia come la salvatri­ce finale di un Cesare Battisti che con­tinua a sostenere di aver agito per gli stessi “nobili” ideali perseguiti in gio­ventù dalla signora Roussef. E così al­la fine Lula “cuor d’oro” potrebbe aver deciso di levar le castagne dal fuo­co alla propria pupilla assumendosi, a poche ore dalla fine del mandato, la responsabilità di garantire asilo e sal­vezza ad uno spregiudicato terrorista assassino.