L'ultima follia femminista: quote rosa anche sul web

Wikipedia scopre che le donne sono solo il 15 per cento dei suoi
collaboratori. Ma la partecipazione all’enciclopedia è libera: imporla
sarebbe un controsenso

Troppo maschili, pure le opinioni. Servono le quote rosa perfino lì. Perché si scopre che anche Wikipedia, regno del contributo libero e democratico, non è poi così egualitario: migliaia e migliaia di collaboratori, ma solo quindici su cento sono femmine. Lo dicono gli studi, sono i numeri che scaricano il peso di un dato scomodo. Un po’ imbarazzante. È politicamente scorretto far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce. Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro, la cortina sottile che separa le donne dai ruoli di prestigio, che divide il merito e il sesso. No. Wikipedia è free, libera, senza limiti. Allora perché le donne non scrivono? Perché non vogliono condividere col resto del mondo il loro sapere, le loro passioni, la loro curiosità? Per il New York Times il caso Wikipedia è un simbolo di quello che sono davvero le pari opportunità. Nella realtà, al di là dei proclami, delle leggi, delle quote rosa che i parlamenti cercano di imporre.
C’è una donna che della questione ha fatto una battaglia. Per forza.

È Sue Gardner, direttrice della Fondazione Wikimedia: il suo obiettivo è di portare il numero di donne almeno al venticinque per cento del totale dei collaboratori entro il 2015. Ragioni di prodotto: «Vogliamo assicurarci che l’enciclopedia sia il più possibile ben fatta».
Ognuno partecipa con il suo pezzettino di sapere, ma se metà del pianeta non contribuisce, il risultato non è garantito. E infatti la disparità ricade anche sulle voci dell’enciclopedia: quella relativa a Sex and the city è molto meno dettagliata rispetto a quella dei Sopranos e non perché la serie abbia avuto meno successo. È solo che Sex and the city piace alle donne, mentre i personaggi dei Simpsons o gli episodi dei Sopranos contano sul pubblico maschile, quello che poi si diverte a scrivere riassunti, bibliografie, analisi. Il risultato spesso cambia.

Perfino Manolo Blahnik, su Wikipedia, non gode dello stesso culto di cui è oggetto nei negozi: poche righe, e via. E pensare che poi una ci lascia lo stipendio, per le sue scarpe.
Il problema delle quote rosa però è applicarle. Non si può imporre una regola al mondo libero di Wikipedia. Allora si aggira l’ostacolo: inviti a un numero sempre maggiore di partecipanti, tentativi di persuasione indiretta. E poi domande. La politica ha già dato la sua risposta: il modello Norvegia fa proseliti, una percentuale minima di manager donne nelle grandi aziende quotate in borsa, imposta per legge. Il mondo reale deve adeguarsi. E pian piano poi succede: dopo la Norvegia la Spagna, la Francia, ora ci pensa anche la Germania. A Berlino la politica è in mano a una donna, ma l’economia no, così si vogliono obbligare le società ad avere almeno il trenta per cento di signore ai vertici. Le stesse ministre del governo di Angela Merkel sono divise. Il modello Norvegia del resto fa discutere da anni. Per alcuni la legge è un primo passo avanti, perché dove non arriva il mercato, meglio costringere; per altri il rimedio è peggiore del male, così le donne da escluse si trasformano in panda, da tutelare a colpi di percentuale. Perfino al forum di Davos gli organizzatori hanno dovuto imporre le quote rosa ai partecipanti: un rappresentante su cinque delle grandi aziende doveva essere donna. Pare che qualcuno abbia preferito lasciare un posto vuoto, piuttosto che spedire una collega.

Dicono gli esperti che tutto questo alla fine pesi. Che le donne poi comincino a dubitare di sé stesse. Ma è davvero per questo che non scrivono su Wikipedia, perché non credono nelle proprie opinioni? Forse le femmine sono soltanto diverse dai maschi. Alle donne dà più soddisfazione comprarsi uno stiletto di Manolo Blahnik che scriverne. Alle ragazze piace guardare Sex and the city, parlarne con le amiche, imporlo al fidanzato o al marito. Ma non hanno voglia, o tempo, di rimanere sedute ore davanti al computer per registrare ogni dettaglio. Neanche a forza di quote rosa o di sociologia.