L'ultima moda nell'America in crisi: feste per vendere l’oro

Per far fronte ai debiti gli americani organizzano party casalinghi per vendere bracciali, anelli, collane d’oro. Un ricettatore spiega al <em>Giornale</em> come e perché<br />

E’ la nuova corsa all’oro, ma non ha nulla di esaltante. Perché gli americani anzichè cercarlo, lo vendono. E non in lingotti, ma in braccialetti, collane, anelli, orecchini. Come in Europa accadeva solo ai tempi di guerra ed è il segnale più evidente di una crisi che quando cammini per le strade della maggior parte delle città americane sembra non esistere, ma che nelle intimità delle famiglie appare sempre più pesante, sempre più dolorosa.

La testimonianza. L’ultima moda è quella dei «gold party», per la gioia di uomini come J.E., un omone di 55 anni che fino a qualche mese fa lavorava nelle pubbliche relazioni e che ora fa il commerciante o, se preferite, il ricettatore. Ma di lusso e perfettamente in regola; anzi, riverito e ringraziato dalle centinaia di persone che grazie a lui riescono a pagare un conto o la rata del mutuo o semplicemente a trovare il contante necessario per comprare i regali ai figli o ai nipotini. Il suo è uno spaccato di un’America che i media principali ancora ignorano ma sempre più diffusa in realtà di provincia come qui a Raleigh, confortevole e benestante capitale della North Carolina, ma anche nelle grandi metropoli. E non solo nei quartieri poveri. Anzi, soprattutto in quelli ricchi. «Guadagno tanto, tantissimo», mi dice, estraendo una busta dalla sua borsa in pelle. La apre e appoggia sul tavolino del suo soggiorno quattro mazzette da mille dollari. «E’ l’incasso di una serata», afferma. Dopo qualche minuto si lascia andare. A condizione che il suo nome non appaia per esteso. «In realtà guadagno molto di più». Si alza va in camera da letto e torna con una trousse per toilette da viaggio, dentro non ci sono shampoo e spazzolini, ma 32mila dollari. In contanti. E mister J inizia a raccontare.

Anche i ricchi vendono. «Io non sollecito nulla, mi limito a rispondere agli inviti in quello che sembra un normale cocktail party. E dovresti vedere che case: spesso ville da un milione di dollari in su. Ma tutti sono lì con uno scopo: vendere le loro gioie. Michael mostra gli attrezzi del mestiere: una bilancia di precisione, una calcolatrice, pinze di diverse dimensioni, la pietra che sfrega sull’oggetto per distinguere l’oro vero da quello falso. «Sono amici o conoscenti e tutti nelle stesse condizioni: in privato non si vergognano. A turno si avvicinano, io esamino l’oggetto, ne verifico l’autenticità, i carati, lo peso e poi faccio un’offerta, che di giorno in giorno varia a seconda delle quotazioni sul mercato internazionale, ma che di solito è molto conveniente rispetto a quella applicata altrove». Il trucco è nella percentuale di guadagno: i gioiellieri abbassano i prezzi del 50 e più percento, lui si accontenta di un margine del 25 percento. «Ho mandato in crisi una famiglia - narra divertito - Sono riuscito a fare a un’anziana signora un prezzo migliore di quello di suo figlio orafo».

Guadagno assicurato. Al mattino si precipita a vendere il ricavato della serata dal grossista di fiducia e siccome raramente le oscillazioni dell’oro sono superiori al due-tre percento, il guadagno è assicurato anche in fasi di ribasso. «Io mi interesso solo dell’oro, le pietre degli anelli le stacco e le do al proprietario. Da quando faccio questo mestiere la mia vita è cambiata ma cerco di non cedere all’avidità e soprattutto di non abusare dello stato di necessità dei miei clienti». Se ha un sospetto non compra: non vuole mercanzia rubata e nemmeno quelle macchiate dalla storia. «L’altro giorno una ragazza voleva vendermi una catena risalente agli anni Quaranta firmata da un noto orefice svizzero. L’ho invitata a fare il test per verificare la presenza di mercurio, spiegandole che quell’orefice era noto per aver usato oro proveniente dai campi di concentramento nazisti. Lei è impallidita e mi ha detto che sa davvero le cose stavano così non solo non lo avrebbe più indossato, ma si sarebbe rifiutata di possederlo. Era un’ebrea e gran parte della sua famiglia è scomparsa nei lager».

Affari e ripensamenti. E’ capitato che poco dopo la conclusione di un party qualcuno mi abbia chiamato pregandomi, in lacrime di rivendergli un oggetto a cui sentimentalmente era molto legato. Ho sempre detto di sì e da allora prima di ogni vendita invito tutti i clienti a non liberarsi dei beni con cui hanno un forte legame affettivo. Preferisco riunciare a qualche centinaio di dollari piuttosto che contribuire all’infelicità altrui». Se lo può permettere, peraltro, e basta dare un’occhiata alla sua agenda per capire il motivo. «Nel prossimo mese ho un party quasi ogni sera. Peraltro non sono l’unico a guadagnarci». Al padrone di casa spetta un dollaro per ogni grammo venduto. «Ieri ho comprato un chilo e sei di oro, versando al signore che mi ospitava una commissione di 1600 dollari». In contanti e senza fattura; perché gli americani, di solito molto ligi, in tempi duri come questi si concedono qualche strappo col fisco. Ma non per arricchirsi, per sopravvivere.

Ecco chi vende. «Alcune donne sopra i 70 anni preferiscono liberarsi di gioielli che non indossano più da tempo, vendono più che altro per comodità - spiega mister J - ma la maggior parte lo fa per necessità. L’altro giorno un uomo distinto è scoppiato a piangere quando gli ho offerto 2500 dollari. “Lei ha salvato la mia casa“, mi ha detto. Ho saputo che la banca gli aveva dato fino all’indomani per saldare la rata del mutuo più volte rimandata». Ai party partecipano tra le dieci e le cinquanta persone, di ogni età, di ogni censo. Commercianti, funzionari, finanzieri travolti dal crollo di Borsa. E anche ex generali del Pentagono. Gli oggetti più significativi Mister J li tiene per sè, qualche moneta antica, una spilla con lo stemma della Casa Bianca, i gemelli con l’emblema della Marina. E’ il suo piccolo tesoro, è la testimonianza di un’epoca che meno di un anno fa era inimmaginabile.