L'ultima sorpresa? Il presidente differente

La novità nella crisi è il vecchio presidente del­la Repubblica: il comunista, riformista ed europeista Giorgio Napolitano

La novità nella crisi è il vecchio presidente del­la Repubblica, il comunista, riformista ed europeista Giorgio Napolitano. La grande ipoteca che ha gravato sugli an­ni di Berlusconi è la Repubbli­ca dei parrucconi: l’idea di una democrazia togata, che se ne in­fischia della volontà popolare, che sabota ogni vero rinnova­mento­e rimette a nuovo le peg­giori retoriche co­stituzionali desti­tuite del loro sen­so dopo la caccia­t­a per mano giudi­ziaria dei partiti che avevano fir­mato la Carta del ’48. La «nota lobby» del gruppo Espresso­Re­pubblica ha sempre predicato e sempre agito al riparo di que­sta cortina fumogena elevata dai poteri cosiddetti neutri, ma­gistrature di tutti i tipi, a copri­re giochi di establishment in­compatibili con il funziona­mento del sistema maggiorita­rio.

Scalfaro fu intrigante e ribal­tonista, fece carne di porco delle istituzioni, alimentò il sa­cro fuoco dell’odio antiberlu­sconiano, del disgusto verso la gens nova che aveva cambia­to a colpi di voto il sistema poli­tico italiano, fu moralista aspro e insincero e indulgente con sé stesso. Ciampi si com­portò da quel che era, un illu­minato vicino ai simboli, Euro­pa e patria, banchiere capace nella fase dell’introduzione dell’euro ma lontano dalla realtà politica e sottilmente condizionato dal circuito dei beautiful people. Napolitano è di una specie assolutamente diversa.

Se il governo riuscirà a guidare il Paese nella crisi mondiale, se il Paese saprà reggere all’urto degli isterismi collettivi, delle demagogie profuse a piene mani, delle tentazioni destabilizzanti, una parte rilevante del merito andrà ascritta all’asciuttezza, incisività e sapienza del capo dello Stato.

Napolitano non ha avuto alcuna indulgenza per la feroce campagna scatenata allo scopo di scassare la maggioranza, gli incaprettatori professionali che avevano stretto i loro lacci al collo di Berlusconi hanno trovato nella funzione arbitrale del Quirinale un ostacolo formidabile. È irriferibile quanto si dice in privato, in certi circoli, dell’attivismo impeccabile di questo politico del Novecento che è stato capace di capire i tempi nuovi, la nuova natura di questa Repubblica, il peso effettivo che il mandato elettorale riveste nella sua più profonda legittimazione. Napolitano non fa politica, è un puntiglioso tutore delle regole sostanziali di non interferenza, ma difende tenacemente il funzionamento regolare delle istituzioni, il diritto e il dovere dell’esecutivo e del Parlamento che gli dà la fiducia, e la sua difesa è senza riguardi per giochi di potere che da anni passavano dal Quirinale, e dai suoi vasti e influenti poteri, per realizzare scopi spesso inconfessabili. La sua dottrina è semplice: quando non ci sia un’alternativa nel Parlamento o una seria circostanza di rottura istituzionale che riguardi i rapporti tra le Camere e il Paese, il governo è quello eletto, la legislatura è quella definita dalla legge, e i poteri dell’esecutivo possono essere sorvegliati secondo le prerogative proprie del presidente, possono essere stimolati con la persuasione morale, possono essere scossi dall’iniziativa istituzionale, ma mai sovvertiti per la via di trame di palazzo e giochi di partito o di lobby.

Eletto dal solo voto di centrosinistra, in una fase di radicale divisione degli italiani, con un mandato elettorale a Prodi fondato su 27mila voti, il capo dello Stato non ha ceduto alla sinistra pressione del partito dei magistrati, non ha incoraggiato alcuna forma di disprezzo verso la classe dirigente in carica, ha invitato l’opposizione a darsi da fare per offrire qualcosa di concreto e di realistico alle Camere e alla società civile, e si è preso per questo gli attacchi e le sfuriate incivili dei mozzorecchi di tutte le risme.

Quel tipo di politico legge e sa decrittare tutte le mattine i segnali del palazzo e dei giornali, ma ne prescinde per l’essenziale, non si posiziona a seconda di dove tiri provvisoriamente il vento, conosce a menadito l’economia internazionale, che è stata il sale della sua pratica politica per anni, sa valutare le occasioni e i rischi, ha una lucida visione politica della funzione delle grandi istituzioni super partes.

Alla fine toccherà a Berlusconi, uomo di novità e di rottura, elevare un monumento equestre al solido campione del passato, al politico integralmente formatosi nella Repubblica dei partiti e delle ideologie, per aver compiuto la sua missione personale combattendo la faziosità partitocratica e lobbistica e le sue inquietanti fumisterie. Ho l’impressione che gli italiani abbiano fiducia in lui non tanto per un qualche bisogno di autorità, intesa in senso paternalistico, ma perché intendono nel suo modo di comportarsi il registro della persona autorevole, equilibrata, indisponibile allo spirito di avventura e di caciara che è così tipico di una parte delle nostre classi dominanti.