L'ultimo bluff di Visco sui redditi online

Adesso il Fisco giustifica il pasticciaccio dicendo di aver pubblicato i redditi su internet per &quot;garanzia&quot;. Quei vip nascosti <strong><a href="/a.pic1?ID=259469">all'ombra della provincia</a></strong>. Le opinioni di: <strong><a href="/a.pic1?ID=259462">Giampiero Mughini</a></strong>, <strong><a href="/a.pic1?ID=259465">Giulia Bongiorno</a></strong>, <strong><a href="/a.pic1?ID=259470">Roberto D'Agostino</a></strong>

Dilettanti allo sbaraglio. Peggio di quelli che tirano pallonate in faccia all’arbitro o che, tra «flappe» e «lisci» cercano di portare a casa almeno un pareggio. Giusto per salvare la propria di faccia. L’ultima del pasticciaccio dei redditi on line, che passerà alla storia come un mirabile esempio di idiozia contagiosa, arriva dalle Agenzie delle entrate. Ovvero, tanto per ricordarlo e ricordarcelo, dal braccio armato di quel tale Vincenzo Visco di cui abbiamo abbondantemente scritto in questi giorni per quel suo regalo al cianuro di fine mandato: i redditi degli italiani, mollati per sua volontà, così, in internet, perché ne venisse fatta carne da macello.

Ebbene, visto che l’inchiesta della Procura di Roma è cominciata e il Garante della privacy sta un po’ nervoso, è arrivata la prima giustificazione. Sorprendente quanto deboluccia. L’Agenzia delle entrate ci fa sapere, ammirate un po’ i dilettanti allo sbando, che «la diffusione dei dati reddituali con modalità telematiche da parte dell’autorità pubblica costituisce un elemento di garanzia, trasparenza e affidabilità dell’informazione».

Dunque, a prescindere dal buroitaliano usato per esprimere il concetto, l’Agenzia delle entrate si aggrappa a parole come garanzia, trasparenza e affidabilità per dare un senso alla propria azione di pubblicare on line i redditi 2005 dei contribuenti. Non solo. La stessa Agenzia ci tiene a ricordare che «la ratio della norma è quella di favorire una forma di controllo diffuso da parte dei cittadini rispetto all’adempimento degli obblighi tributari e che la scelta di internet è stata fatta per adeguare i comportamenti a quanto stabilito dal Codice dell’amministrazione digitale varato nel 2005 che, tra l’altro, impone alla Pubblica amministrazione l’uso delle nuove tecnologie per promuovere una maggiore partecipazione dei cittadini al processo democratico e per facilitare l’esercizio dei diritti politici e civili, sia individuali sia collettivi, tra i quali si può inquadrare il diritto alla consultazione degli elenchi dei contribuenti». Scusate se l’abbiamo fatta lunga ma ne vale la pena.

Vale la pena di notare alcune incongruenze in questo tipo di comportamento. È vero, i redditi dei cittadini sono sempre stati resi pubblici e sono stati anche spesso ripresi e pubblicati da molti giornali locali. Solo che bisognava andarseli a cercare tra le affissioni dell’Albo pretorio in ciascun Comune. Si leggevano, si copiavano, si pubblicavano. Nel segno della trasparenza, appunto. Così come erano. Perché non si poteva fare diversamente. Ma nel momento in cui questa messe di dati delicati e importanti viene sbattuta in internet che cosa può accadere? Ciò che, puntualmente, è successo e sta succedendo. E che noi stiamo denunciando da giorni. Cioè che i redditi possono essere manipolati, piluccati, travisati. Persino messi all’asta infrangendo qualsiasi regola di privacy e di affidabilità. Non è ancora tutto. L’Agenzia delle entrate, per bocca e per firma di Massimo Romano che la dirige, fa riferimento poi anche alla legge, quella legge nata qualche anno fa, per ricordare che «si è ritenuto che le norme in materia di trattamento dei dati personali non precludano la diffusione dei dati reddituali tramite internet, posto che la libera conoscibilità di essi da parte di chiunque è del tutto pacifica, come più volte affermato dallo stesso Garante».

Ma allora, se abbiamo compreso bene, l’Agenzia sembra giustificarsi sostenendo che, visto che la libera conoscenza dei redditi è un diritto e visto che c’è una legge apposita, è inutile che il Garante se la prenda tanto. Allora, timidamente, osserviamo a nostra volta che ci deve essere qualche cosa che non quadra in quella legge cui l’Agenzia delle entrate si appiglia. Perché altrimenti il Garante della privacy non sarebbe ora così nervoso. E perché, in perfetta malafede, lo ricordiamo, non è stato avvisato dall’Agenzia delle entrate, prima della diffusione on line dei redditi. E perché ancora, ricordiamo anche questo, lo stesso Garante ha cercato inutilmente di bloccare la pubblicazione dei dati che oramai si erano sparpagliati in internet come dei razzi senza guida. O forse una guida, perfida, in cabina di regia c’è stata, in origine?