L'ultimo volo di Enke

Martedì scorso il suicidio del portiere della nazionale tedesca. Oggi i funerali. Un'intera nazione partecipe di un dramma. Dell'anima.

C'è qualcosa di grande nell'amore che l'intera Germania ha mostrato per la memoria di Robert Enke, il portiere della nazionale tedesca che martedì scorso si è tolto la vita.
Oggi ai suoi funerali, celebrati nello stadio di Hannover, la squadra dove giocava, gli spalti erano pieni come se l'Hannover avesse vinto la Bundesliga.
In realtà su quelle gradinate non c'erano solo i tifosi dell'Hannover, ma tante altre persone normali, che magari di calcio si intendono poco: donne, bambini anziani. Tutti riuniti in un'unica grande famiglia che piange per un figlio sparito nel più drammatico dei modi: suicida. Quel figlio si chiamava Robert, aveva 32 anni, e - agli occhi del mondo - era il prototipo della felicità: giovane, forte, famoso, ricco, con una bella moglie e una stupenda bambina. Eppure Robert, «inspiegabilmente», si è fatto travolgere da un treno. La depressione, come un boa dell'anima, lo ha stretto sempre di più tra le sue spire, fino a fargli vedere la morte come l'unica via d'uscita. Proprio a lui che alle uscite era abituato: uscite spericolate sui piedi degli avversari.
Ma anche il portiere più coraggioso può fare poco davanti al più infido dei nemici: un bastardo che i calci non li sferra «sul» tuo corpo, ma «dentro» il tuo corpo. Enke ha lottato per anni sperando che il destino tirasse fuori il cartellino rosso, espellendo dalla sua vita un «attaccante» così vigliacco. Invece la depressione è rimasta in campo continuando a fare il proprio sporco gioco. Enke è volato da un palo all'altro, ha difeso disperatamente la porta della sua esistenza. Finché i guanti da portiere professionista gli si sono sfilati dalle mani. La polizia li ha ritrovati in macchina, sul sedile posteriore. Al posto di guida c'era lui, Robert, con il volto rigato dal sangue. Un treno l'aveva appena travolto. E noi qui, vivi, travolti da troppe domande. Inutili.