LA LUNA DI FIELE

Come noto il governo Prodi, fino ad ora, non ha mosso foglia. Ma, in compenso ha già incassato due bei colpi. E non da due soggetti di centrodestra. Uno, infatti, si chiama Eugenio Scalfari: ha scritto che «il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un'immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre». L'altro è Luca Cordero di Montezemolo: ha affermato che la ripresa è in atto. Per inciso vogliamo dire che ne siamo contenti, soprattutto se pensiamo al quadro terribile che delineò il suo vice Pininfarina a Vicenza, a metà marzo. A chi diceva allora che i segnali c'erano fu dato del visionario dai vertici di Confindustria ma si sa: governo che va sviluppo che viene. Il presidente degli industriali ha anche detto che questa ripresa «non bisogna sprecarla» e che non vorrebbe che «il coraggio di stupire si limiti al numero sorprendente dei sottosegretari». Detto da loro, non c'è male.
Perché quella che doveva essere una luna di miele si è presto trasformata in una luna di fiele? Perché queste dichiarazioni, queste chiare prese di distanza dopo gli articoli entusiastici del primo e dopo la celebrazione del matrimonio con Prodi della dirigenza della Confindustria a Vicenza?
Per un fatto semplice: la realtà si sta mostrando in tutta la sua crudezza. È un governo, quello presieduto da Romano Prodi, che mette insieme quello che in natura deve stare separato: i contrari. Padoa-Schioppa e Cento, tanto per fare un esempio.
Non regge già più il ragionamento che in molti sostenitori di Prodi avevano fatto in campagna elettorale. L'importante è cacciare Berlusconi, con qualsiasi alleanza, con qualsiasi coalizione, a qualsiasi prezzo. Compreso i Verdi, Rifondazione e i Comunisti Italiani al governo. Compreso il capo del Centro sociale Leoncavallo di Milano alla vicepresidenza della Commissione Giustizia della Camera. Tutto bene perché poi una volta al governo i vari Amato, Bersani e, soprattutto Padoa-Schioppa, faranno prevalere la loro ragionevolezza sull'ideologia della componente estrema della coalizione. Non è così. La sinistra estrema non è, come ha detto Prodi, folklore. È sostanza della coalizione: numerica e di idee.
Ma c'è di più. In molti dissero che la politica economica del governo Berlusconi era sbagliata, che né Tremonti né Siniscalco avevano fatto le cose giuste e che, quindi, ci voleva una cambio della guardia. Occorreva tagliare la spesa e ci voleva un tecnico vero che non guardasse in faccia a nessuno. E poi ci ritroviamo con il ministro dell'Economia che ci dice che per tagliare la spesa vanno bene le norme contenute nella finanziaria del governo Berlusconi. E c'è voluto anche un ritiro per farci sapere che bisogna tagliare le spese dei ministeri.
Le ricette non sono due. La ricetta è una. Il governo di centrodestra poteva portarla avanti meglio senza perdersi in liti interne tanto inutili per la coalizione quanto per il Paese. Ma il programma politico era quello, la ricetta era - ed è - quella giusta. Alleggerire chi produce ricchezza per produrne di più, creando così più posti di lavoro e la ricchezza necessaria per poterla ridistribuire ai più svantaggiati e per attuare tutte le politiche pubbliche necessarie, infrastrutture in testa.
Dall'altra parte non è così. Questa ricetta, per molti, è una bestemmia. Avendo tempo basterebbe leggere l'ultimo libro di Padoa-Schioppa, Europa, pazienza attiva, e poi qualche intervista sulla politica economica di Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio, sia prima che dopo le elezioni. Lo abbiamo scritto all'inizio: sono cose che normalmente, in natura, stanno separate. Lontane. E che neanche nel cervello riescono a trovare un punto di sintesi. Figuratevi in un governo.