Per Luna Rossa e New Zealand la finale è a un giro di boa

Il team Prada-Telecom batte Oracle e va sul 4 a 1. Come i Kiwi che hanno superato Desafio

da Valencia

Guarda che Luna, guarda che mare... Ma guarda anche le facce degli americani. La serenata che Francesco de Angelis ha suonato ieri a Patrizio Bertelli è una delle migliori degli ultimi anni di vela italiana. Luna Rossa ha vinto la quinta regata portandosi sul quattro a uno e quindi oggi è al primo match point, prima occasione per raggiungere le cinque vittorie che servono a passare alla finale della Louis Vuitton Cup contro Emirates Team New Zealand che ha raggiunto lo stesso punteggio con Desafio con una solida vittoria. Nel caso, ma ormai è quasi il caso, sarà una rivincita delle regate del 2000, quando Luna Rossa conquistò il diritto a sfidare i defender neozelandesi. Primo capolavoro la partenza: James «Giacomino» Spithill entra nel box dal lato favorito, sfrutta tutto il vantaggio e si incarognisce sull’avversario a tutta forza. Chris Dickson è annientato dalla serena violenza di James. È spinto a correre là dove non si va mai, dietro la boa di sottovento. Nelle furiose manovre Luna Rossa conquista due penalità a suo favore. Una per diritto di precedenza, l’altra per una collisione tra la poppa della barca americana e il fianco della italiana. Quando le due barche tagliano la linea di partenza Bmw Oracle, che ha già il peso delle decisioni dei giudici, tenta di coprire Luna Rossa, ma la bandiera rossa la ferma immediatamente: la seconda penalità va eseguita subito. Racconta Andy Horton, stratega a bordo della Luna: «James ha controllato la barca alla perfezione, in quei momenti quello che conta è essere alla distanza giusta dall’avversario per impedirgli ogni mossa. E così è stato. Bmw Oracle non aveva scampo. Hanno tentato di strambare ma non avevano spazio». E così, dopo quella partenza, la barca Prada-Telecom si è avviata verso la boa di bolina in testa. Ci resterà fino alla fine, con il vantaggio che sale piano piano. Andy Horton tiene i piedi per terra: «Dobbiamo ancora vincere una regata». A chi gli chiede se sia bravo l’equipaggio risponde «non dimenticate che siamo noi a rendere queste barche veloci».
Scriviamolo: ieri a qualcuno è perfino venuto il dubbio che ci fosse davvero una regata, forse Luna Rossa non aveva avversario. Dove erano gli occhi di ghiaccio di Dickson, le urla di Gavin Brady, la spocchia di Larry Ellison? Alla conferenza stampa hanno spedito, a spiegare i perché e i percome, il bravo Peter Isler. Non è mai bello vedere qualcuno perdere. Però... Le facce a bordo, assente Larry Ellison, erano spente, tristi. Dickson con lo sguardo fermo, senza reazioni. Possono reagire. Certo, è già successo in questo gioco. Il Moro di Venezia nel ’92 riuscì a ribaltare proprio il 4 a 1 a favore dei neozelandesi, allora condotti da Rod Davis e Russell Coutts. Fu una lunga battaglia, combattuta anche in sede legale con la storia del bompresso. Per la cronaca, quel sistema che allora era stato giudicato illegale e faceva guadagnare ai kiwi pochissimo, adesso è quello usato da tutti. Sono cambiate le regole. Prima di Paul Cayard con il Moro l’australiano John Bertrand con Australia II riuscì a ribaltare l’uno a tre che subiva da Liberty di Dennis Conner per arrivare al quattro a tre, allora sufficiente per vincere, conquistare la gloria a portare la Coppa in Australia. Gli americani suoneranno la carica al grido di «arrivano i nostri». Non c’è nessun generale Patton in arrivo. Pochi credono ancora nella barca americana. E i primi a non crederci, pare, sono proprio loro.