Luna rossa, sfida sull’onda dei ricordi

Prende in mano il timone, e comincia a navigare. Sull’onda dei ricordi. Racconta di suo padre, Beppe Croce, indimenticabile non soltanto per lui: «Ne parlano ancora come fosse ieri, come dell’unico presidente non anglosassone della Federazione mondiale della vela per diciassette anni, ma anche come persona autorevole, mai autoritaria. Mi accorgo - confessa Carlo Croce, regatando nel mare del tempo -, sì, mi accorgo anche adesso di come siano rimasti inalterati nel tempo il rispetto e anche il rimpianto nei suoi confronti». Il segreto? «Non c’è un segreto» vira di bordo Carlo, oggi presidente dello Yacht Club Italiano, autorevole e ascoltato anch’egli a livello internazionale per meriti, non per diritto ereditario. E spiega: «Mio padre dava ascolto al presidente degli Stati Uniti come al marinaio di Varazze». Un altro ricordo, indelebile: Olimpiadi del 1960, campo di regata Napoli. Organizza Beppe Croce, per l’Olimpiade è un salto di qualità che fa dimenticare Melbourne di quattro anni prima. Forse nasce lì la leggenda, o almeno si consolida, per quanto possa concretizzarsi, diventare materiale e sensibile ciò che è per natura impalpabile come la leggenda. «Eppure - sottolinea Carlo - ne misuriamo gli effetti, qui, allo Yacht Club italiano. Persino in epoca recente, quando s’è trattato di assegnare il Collare d’oro al merito sportivo del Coni, e di combattere la battaglia dell’esistenza del sodalizio e della sede, minacciati dalla ristrutturazione del water front». Dovevano sfrattarlo, lo Yacht Club, mettere al suo posto le Riparazioni navali, poi si sono accorti che sarebbe stata una stupidaggine. È arrivato il vincolo della Soprintendenza: «Meno male - sorride il presidente, mentre guarda l’attracco delle imbarcazioni davanti alla palazzina storica -. Basta pensare che a un certo punto si era pensato di mantenere la sede, ma senza lo sbocco a mare!». Come fosse una bocciofila.
Altra virata di bordo, per non smentire l’aplomb: «Non è colpa tanto delle istituzioni - precisa Croce -. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con il sindaco Giuseppe Pericu e con il presidente della Regione Claudio Burlando. Solo che quando vado a parlare con loro, la prima cosa che mi dicono è: non mi chiederai mica dei soldi?». E sì che di soldi ce ne vogliono per affrontare le sfide di oggi e di domani. Come la Coppa America: Yacht Club vuol dire Luna rossa. «È capitato a me di presentare a Marco Tronchetti Provera il patron Patrizio Bertelli, presidente e amministratore delegato di Prada». Già, Bertelli: Croce gli è stato avversario di regate per decenni, lo conosce a fondo. Quando s’è trattato di lanciare la nuova sfida di Luna rossa, s’è fatto avanti lo Yacht club italiano. Con la solita discrezione, senza clamore. Grazie a Croce - da dieci anni a capo di un sodalizio esclusivo, con un centinaio di soci che formano un salottino buono della finanza italiana - accanto a Prada è entrato un secondo socio, il gruppo Telecom Italia. E il «sindacato» ha preso il nome di «Luna Rossa Challenge for America's Cup 2007».
Novantacinque milioni di euro d’investimento, «un affare - aggiunge Croce - visto che gli americani spendono più di 250 milioni». Intanto da Valencia, il campo di regata del primo round robin della Louis Vuitton Cup di Vela, arriva notizia del rinvio, l’ennesimo, «per vento scarso e irregolare». Non è una sorpresa per il presidente. «Ce lo potevamo aspettare. Hanno organizzato in aprile, stagione micidiale. A Valencia non c’è la termica. Il rischio è per i più bravi, in quelle condizioni si può perdere da uno sconosciuto skipper cinese!». Meglio il Mar Ligure? «Non scherziamo. Sciovinismo a parte, ci sono almeno cinque o sei sedi italiane all’altezza, con le condizioni adatte dal punto di vista logistico e meteorologico. Vedremo per la prossima edizione. Dipende da chi vincerà questa: chi prevale detta le regole, a volte anche in maniera fin troppo radicale». Provocazione del cronista: quante probabilità ci sono che si affermi Luna rossa? Stavolta Carlo Croce non vira di bordo, ma va dritto incontro all’onda. Senza strambata, insomma: «C’è lo spirito giusto, a testa libera. Non per inseguire, ma per giocarsela. L’ambiente è ottimo, non c’è competizione o gelosia fra equipaggio in gara e seconde linee. Anzi, forse manca un po’ di rabbia, che gli altri hanno. Fin troppa». E Francesco De Angelis, il leader, sa il fatto suo, «sa come gestire i rapporti umani. E si vede: convoca tutti alle 9 e 30, e alle 9 e 30 si trova tutti davanti, pronti e determinati. Sa farsi rispettare - taglia corto il presidente dello Yacht club italiano Carlo Croce -. Non col bastone, ma con l’autorevolezza». Guarda caso, come Beppe Croce. Sulla stessa rotta. Quella giusta.