Un lunedì di straordinaria normalità

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

E domani? avevano chiesto i cronisti alla conferenza stampa di domenica al vice capo di Scotland Yard Andy Trotter. E lui: lunedì «London will be open for business», la città sarà pienamente operativa, aveva promesso guardando dritto, e duro, nella telecamera. Molti devono averlo preso come un ordine. E ora eccoli qui, i Londoners: petto in fuori e pedalare, alle 7.30 del mattino tutti alle fermate della tube, o del bus, a salutarsi fra sconosciuti e a darsi anche la mano, come se si scambiassero gli auguri di Natale, da Barbican a Paddington, da Bayswater a Chelsea, da West Kensington a Mayfair.
Borsa, zainetto, valigetta in mano, via verso l’avventura, nelle viscere della città, sfidando il buio dei tunnel del metrò, gli allarmi di King’s Cross e di Whitehall, con il retropensiero che magari, chissà, quei bastardi ci riprovano. Ma mica gliela si può dare vinta. Siamo inglesi, perdio, e questi ma non ci piegheranno. Questo dicevano carpentieri e impiegati, commesse e professori universitari, studenti e muratori, camerieri e garagisti facendosi compagnia e soppesando, ciascuno senza parere, il genere di merci stivate nelle borse e nei fagotti dell’altro.
Puntuale come un sol uomo, ecco anche il sindaco di Londra, Ken Livingstone, fermo alla stazione di Willesden Green. Lui prende sempre il metrò per andare in ufficio, e «non capisco - aveva avvertito - perché dovrei cambiare le mie abitudini. Appena la tube riapre, io ci sono». Be’, c’è. Abito scuro, camicia bianca, cravatta rossa. «Non permetteremo a un piccolo gruppo di terroristi di cambiare le nostre abitudini», dice Livingstone salutando i giornalisti che gli facevano la posta. Dimenticare l’accaduto? «Dimenticare sarà difficile, ma dobbiamo andare avanti. La vita continua. Dobbiamo lavorare». Seguono alcune battute su quanto sono stati bravi quelli del metrò a salvare un sacco di gente e a ripristinare quasi il 100 per cento del percorso; poi, quando trova un posto a sedere, apre la borsa, tira fuori una manata di documenti e comincia a darsi da fare. Fine delle chiacchiere.
Il sindaco è il sindaco, e in qualche modo doveva dare l’esempio. Ma chi se lo sarebbe aspettato di vedere al lavoro anche George Psaradakis, 49 anni, l’autista del bus «30» saltato in aria a Tavistock square? Da noi, un bel sei mesi di certificato medico (lo choc eccetera) non glielo avrebbe negato nessuno. George invece è fresco come una rosa. Ha ancora negli occhi le immagini della strage, delle grida di dolore, di tutto quel sangue. «Ma più di tutto, ho capito che avevo un dovere. Io e gli altri miei compagni di lavoro, tutti quelli che guidano un treno del metrò o un bus abbiamo un importante lavoro da compiere. E vogliamo continuare a farlo meglio che possiamo. Sì, continueremo a portare in giro la gente col massimo della puntualità. E non ci faremo intimidire da nessuno».
Luiza Petterson, 36 anni, manager in un’impresa del centro, era nella terza carrozza del treno saltato sulla Piccadilly line. Se l’è cavata senza un graffio. «Dall’inizio mi ero ripromessa di andare al lavoro, lunedì. Ma l’idea di prendere il metrò, mi spiace, per il momento non ce la faccio - spiega -. Ho l’incubo di restare intrappolata di nuovo nel tunnel. Ma non posso farmi fottere dalla paura. Il mio sentimento più forte? La rabbia. Non sono depressa, o spaventata. Sono arrabbiata».
Mandy Yu, 23 anni, origini asiatiche, disegnatrice grafica, è un’altra di quelle che si meriterà un qualche Ambrogino d’oro, quando il sindaco Livingstone deciderà. Da giovedì scorso i suoi sonni sono popolati di incubi. «Io ero nella seconda carrozza sulla Piccadilly, e mi ricordo ancora le urla strazianti di una donna che era nella prima. Ma insomma, ora che è finita, sentivo di dover riprendere il mio posto». Riaprono più di 100 scuole, nel cassetto di pub e ristoranti riprendono a rotolare le sterline, le caldaie della City rosseggiano, cinema e teatri marciano a pieni turiboli, il metrò è operativo al 97 per cento. Ma nel frattempo i londinesi hanno scoperto la bici. Jonathan Boyce, proprietario del negozio «Two wheels good», racconta di aver venduto sabato scorso il doppio delle bici vendute nel weekend precedente.
Lo stesso dice Fin Findley, alla «Cycle surgery». «Su un bus o in treno sei alla mercè di chiunque - dice svagato Fin -. Vuoi mettere la bici?»