La lunga scalata di Basso quattro tappe contro se stesso

Cristiano Gatti

nostro inviato a Brescia

Una lunga scalata su se stesso, sulle proprie paure, sui propri tormenti. Molto più ripida, questa salita, delle tremende montagne che da qui a sabato l'aspettano nell'interminabile viaggio alpino. Bondone, Plan de Corones, Marmolada, San Pellegrino, Gavia, Mortirolo: tante leggende della fatica ridotte a niente, se raffrontate ai fantasmi che Ivan Basso deve sfidare in totale solitudine. Un terzo posto e un secondo posto al Tour, l'ultimo Giro buttato dolorosamente giù nel water: è tutto questo che la maglia rosa deve battere, superare, sconfiggere. Più degli avversari, molto più dei tapponi. Per liberarsi di tutti i pesi e di tutti i complessi. Per smaltire definitivamente le scorie dello choc 2005, quegli stessi tremori che assalgono davanti ad un corso d'acqua chi abbia rischiato di annegare. Per chiudere definitivamente, a 28 anni, con tutte le diffidenze che si porta dietro: di non essere un vincente, di non reggere le pressioni, di non avere il Dna del padrone.
Tanti auguri, signor Basso. Raccontano di lei, ancora oggigiorno, persino oggigiorno, che l'anno scorso ha perso il Giro perché di fronte all'ipotesi del trionfo se l'è - perdoni l'immagine letterale - fatta addosso. Raccontano pure, gli stessi che la sanno sempre più lunga degli altri, come un conto sia stare a ruota di Armstrong, senza responsabilità, mentre tutta un'altra cosa sia assumere e gestire in prima persona il potere. Ecco, faccia il favore: se finora ha fatto hamburger degli avversari, dedichi questi ultimi tapponi a seppellire definitivamente i saccentoni. Così che davvero, una volta per tutte, la grande vittoria la collochi dove meritatamente e legittimamente deve stare: al di sopra di ogni diffidenza e di ogni pregiudizio.
Una volta che avrà vinto la grande corsa a tappe, tutto diventerà più facile. Sarà più leggero, correrà più spassionato. Non dovrà più abbattere a testate il muro delle etichette. Quelli nati con la camicia non ne hanno bisogno, non sanno neppure di che si parla: figli di qualcuno, pupilli di qualcuno, vivono beatamente di rendita. I Basso no: i Basso, che devono farsi da soli, costruendosi giorno per giorno a prezzo di fatica e di lavoro, devono vincere due volte. Devono scalare due volte. I Mortiroli del Giro, ma anche i Mortiroli dei pregiudizi.
Tanti auguri, signor Basso. Se avesse già vinto un Tour o un Giro, come peraltro più volte è stato sul punto di fare, questo affollamento di paure e di pensieri adesso non l'accompagnerebbero sulle grandi montagne. Dovrebbe limitarsi a superare un esame sportivo. Invece, con i precedenti che si ritrova, con quella casella ancora vuota di trionfi, la missione più ardua sarà un'altra: evitare accidenti, reggere lo stress del rosa, imporre autorità. Sì: da qui a domenica, sarà una strana e decisiva gara contro se stesso, contro le sue paure e i suoi tormenti. Sarà una lunga e faticosa scalata, prima di scollinare leggero sull'ultimo dubbio.
Nell'attesa di applaudirla in coro - però attenzione: già la criticano perché non avrebbe ancora firmato l'impresa, come se finora avesse pettinato bambole -, in attesa di vederla sorridere sotto lo sguardo della Madoninna, lasci che un doveroso spazio sia riservato ad un altro cavallo di razza del gruppo. Paolo Bettini. In una tappa di comodo trasferimento, dove di veramente sconvolgente restano solo gli occhiali da Lollobrigida del vecchio Auro Bulbarelli (per pulirli, si ferma al lavavetri dell'incrocio), il campione olimpico sfida la scalogna stagionale - non vince dalla Tirreno-Adriatico - e va a prendersi il trofeo battendo i velocisti superstiti. Per l'occasione, non deve nemmeno sfiancarsi tanto: gli basta salire gratuitamente sul treno della squadra di Petacchi e poi rifinire negli ultimi duecento metri. Perché poi la squadra di Petacchi continui a fare il treno anche senza Petacchi, questo è tutto da chiarire. Così come altri bizzarri eventi della corsa: Ullrich che porta le borracce ai suoi gregari, le telecamere e i microfoni Rai costantemente rivolti alla Selle Italia, neanche fosse il Barcellona del ciclismo. Vai a sapere. Sono misteri insondabili. Ma questo è il Giro: come dice Bettini guardando le montagne, si salvi chi può.