Le lunghe orecchie delle toghe

Ciò che stupisce e inquieta – sarebbe meglio dire terrorizza – delle intercettazioni telefoniche è la loro contagiosità, che ne fa una malattia civile più che uno strumento d’indagine al quale ricorrere con misura e prudenza. Si parte da una persona - che chiameremo convenzionalmente “mister O”, come Orwell – e la si bracca elettronicamente, perché non se ne perda nemmeno un sospiro. Per essere sicuri del risultato, si fa per dire, si controllano le “utenze” (il termine tecnico fa apparire più pudica l’operazione) di moglie, figli, fidanzate se ne ha, ma non basta. E se qualcuno chiama “O” sul telefonino dell’autista o della baby sitter del pupo? Via, anche questi sotto controllo. Per contagio, tutti coloro con i quali “O” ha un sia pur fugace contatto finiscono per essere controllati. Un’epidemia, la peste elettronica che stronca riservatezza, libertà a dignità delle persone e produce quintalate e quintalate di trascrizioni utili, il più delle volte, come una bislacca raccolta di parole in libertà. Perché poi quando si va trascrivere si partorisce un mostro, in cui baci amicali che sanno di partita doppia sono contigui a torbidi esercizi erotici di cui le conversazioni sui telefonini spesso, dicono, abbondano. L’Opa, il ruttino del bimbo, stasera ho l’emicrania, ti aspetto nel gazebo, mio marito non vuol partire, me lo presti il Suv, questi palazzinari giocano a rubamazzo, è un Keynes di periferia, maledetto il giorno in cui gli ho detto sì, non passa lo straniero, il professore è bollito, palazzo Koch è quello in cui si annidano i bacilli omonimi e via raccogliendo in un gioco assurdo che potrebbe preludere alla stesura di fondamentali testi di teatro dell’assurdo. E il contagio si espande, inarrestabile, colpisce giornalisti e levatrici, capitani di lungo corso e danzatrici del ventre, senatori e quasi padri della Patria: un’intercettazione non si nega a nessuno, come i sigari prima del proibizionismo.
Per carità, fermiamoci soltanto un attimo a riflettere. In un solo mese, per il noto affare bancario, la procura di Milano ha chiesto e ottenuto quindicimila registrazioni. Non è troppo? In quale Paese democratico si battono simili record? E che cosa è stato scoperto di straordinario, di atroce, di esiziale per l’ordinamento?
La verità è che questo sistema malato alimenta e giustifica se stesso, giorno dopo giorno, e si perde il senso della misura e della sostanziale ingiustizia. Anni fa furono rese note le trascrizioni delle telefonate fra Mussolini e Claretta Petacci. Il sistema era così malato che divorava se stesso, le orecchie marescialle del regime, quasi animate di volontà autonoma, non risparmiavano nessuno. Un riflesso condizionato, un rictus, lo stesso che ha portato a registrare i discorsi amichevoli e rassicuranti di un magistrato. Non è escluso che anche i grandi procuratori finiscano per apparirci nella luce del buco della serratura, anzi del display del telefonino, magari si registrano già a vicenda.
Per carità, fermiamoci.
È singolare, poi, che la principale centrale d’intercettazione creata a Milano abbia il nome accattivante di Amanda. Ma quanto sono spiritosi. Chi è che deve amare cosa? Gli spiati devono amare chi li spia? Devono capire che lo fa soltanto per il loro bene? Suvvia. Sappiamo chi deve amare le centrali di ascolto fatte a immagine e somiglianza di Echelon. Sono soprattutto gli inquirenti di dubbia capacità: senza cimici, senza microspie e altre diavolerie sarebbero come talpe ubriache in un labirinto di polistirolo.
È dubbio che le intercettazioni, usate con faraonica e dissipatrice larghezza, possano risultare utili alla giustizia e alla democrazia. Servono di più al circo mediatico, alle trame politiche dalle quali talune marginali e intraprendenti frange della magistratura non si tengono lontane.
A proposito, ci commuove, sinceramente, l’apertura dell’inchiesta tendente a scoprire chi abbia fornito ai giornali le intercettazioni della polemica. In tanti anni di giornalismo non abbiamo visto tante indagini di questo tipo andare a buon fine. Sia consentito soltanto un suggerimento: hanno provato gli inquirenti a mettere sotto controllo le utenze di tutti gli inquirenti e dei loro collaboratori che custodivano il tesoro delle mille e mille intercettazioni?