Il lungo addio di falce e martello

Falce e martello addio, scompare pure la Fiamma del Msi, date ancora un paio di giorni a Casini per rimuginar sull’ombelico postdemocristiano e svanisce anche l’ultimo scampolo dello Scudo crociato. Che queste elezioni segnino davvero la nascita della nuova repubblica? Tant’è che sulle schede elettorali del 14 aprile non ci saranno più i vecchi e gloriosi (più o meno) simboli che hanno caratterizzato la politica italiana. Ed epocale, foriero di nuovi orizzonti, è l’archiviazione della falce e martello, simbolo sovietico che resisteva da novant’anni.
Dite che forse s’affaccerà Marco Ferrando, il trotzkista ex rifondarolo, con una nuova falce e martello? Molto improbabile che ce la faccia a raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni. E poi c’è una questione di sostanza, derimente per i comunisti. La falce e martello trotzkista è una caricatura di quella vera, roba da carbonari. Guardate la falce per non perdere la linea: «gobba a destra falce maestra, gobba a sinistra falce trotzkista», insegnano gli elementari del comunismo.
Tant’è, sarà colpa delle convergenze parallele tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, sarà la perfidia involontaria della legge elettorale, ma il varo della Sinistra Arcobaleno annienta ambedue le falci e martello che facevano unica l’Italia nel mondo intero: il solo Paese con due partiti comunisti, ambedue orgogliosi e irriducibili. Che tocca fare per sopravvivere!, ma tanto Franco Giordano quanto Oliviero Diliberto se ne son fatti una ragione, dimenticando di comune accordo anche le liti giudiziarie ingaggiate per l’uso esclusivo di quel simbolo. Massimo D’Alema e Veltroni in verità, non è che dalla falce e martello - «picchiate con quello», esortava un celebre canto di rivolta - siano riusciti a staccarsi chissà quanto tempo fa: è solo dal ’98 che è sparito dalle radici della Quercia per far posto alla Rosa socialista, oggi negletta anch’essa per far posto ai simboli (le manette?) dipietristi.
Guardatele bene e per l’ultima volta, le bandiere del Prc e del Pdci. Diffidate dalle imitazioni signori miei, la più verace è quella del Pdci, identica infatti all’originale che Renato Guttuso disegnò nel 1946 per il Pci. Falce e martello geometrici - si sfida ogni più abile contadino ad impugnare quel falcetto senza tagliarsi un piede - con la stella. Proprietà di D’Alema e compagni (come ancora adesso il marchio delle Feste dell’Unità) ceduta in dono a Diliberto e Armando Cossutta appunto nel ’98, quale premio per essersi scissi da Rifondazione in appoggio al primo governo a guida postcomunista. Prima della guerra, la falce e martello comunisti erano molto più simili allo strumento di lavoro dei braccianti e degli operai. “Rubati” se volete, al Partito socialista dal quale i comunisti di Gramsci e Bordiga s’erano staccati nel 1921 a Livorno. E replicati durante la prima Repubblica da svariate altre sigle, il Psiup, Dp, il Pdup, senza parlare dei partitini di scuola cinese. Quante ne abbiamo avute, di falci e martello, un’inflazione.
È Lenin che ha inventato la falce e martello incrociati, facendone il simbolo dello Stato sovietico nel 1918. L’anno dopo il Partito socialista italiano, guidato dai massimalisti, lo mutuò. Tenendolo sul libro e sul sole nascente sino al ’78, con l’ascesa al potere di Bettino Craxi. Fu lui a gettare alle ortiche la falce e martello perché «cascami leninisti», imponendo il Garofano nel 1984. Gli avessero dato retta allora, l’intera sinistra ne avrebbe guadagnato.
Commenti? Ancora è presto, anche per i riti funebri. Però saranno contenti a Bruxelles gli eurodeputati giunti dall’Est, che avendo ancora le bruciature sulla propria pelle hanno chiesto fermamente all’Europa di mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo: vietando così, come per la svastica, anche l’esibizione della falce e martello.