Un lungo giorno di morte

Un mondo futuro abitato da zombie: una storia scritta in esclusiva per il «Giornale» da uno dei maestri della narrativa «di genere»

Disse di essere stata morsa da un cane, però quel cane non si trovava da nessuna parte. Era un taglio profondo e così lo medicammo per bene e, siccome aveva dieci anni, si mise a urlare e a piangere.
Più tardi, mentre sedevo sul muretto, gli occhi fissi sulla folla accalcata davanti al campo profughi, mia moglie Carol mi chiese di scendere dalla postazione della mitragliatrice. Disse che a Ellen era venuta la febbre, che non riusciva praticamente a tenere gli occhi aperti e che la ferita le faceva male.
Carol disse che a toccarle la fronte quasi ti ustionavi la mano. Aveva ragione. Disfai la medicazione: la ferita era nera. Non assomigliava a un morso di cane. Non che lo fosse mai stata, ma avrei preferito che lo fosse, nonostante non fossimo stati in grado di trovare un solo cane nel campo. Li avevano già mangiati tutti. L’ultimo, con ogni probabilità, lo avevo ammazzato io. Adoravo I cani. Ma la mia famiglia aveva fame.
A ogni buon conto, al morso del cane non credevo proprio e ora la ferita era davvero brutta. La sua vera causa la conoscevo e quella semplice idea mi fece star male. Gliela medicai di nuovo, diedi alla ragazzina degli antibiotici che avevamo in casa, la fasciai e uscii. Non dissi a Carol ciò che già pensava.
Presi il fucile e mi misi in caccia. Era un campo di notevoli dimensioni, circondato da un alto muro nel quale, peraltro, qualcuno doveva essere riuscito ad aprire una breccia. Raggiunsi il giardino alberato e fiorito in cui alla nostra bambina piaceva giocare. Mi guardai intorno e lo trovai seduto su una panchina. Forse non era stato a lungo in quella posizione. Abbastanza a lungo per mordere mia figlia. Aveva grosso modo la sua età e fu allora che capii che, sentendosi sola, lo aveva fatto entrare dalla porta sul retro, che poi doveva aver chiuso con il catenaccio. Doveva aver percorso il camminamento e doveva aver visto il ragazzino giù in basso, prima che lui si voltasse e alzasse i suoi occhi bramosi. A quel punto, lui probabilmente era ancora in grado di parlare, come chiunque altro, forse addirittura sapeva quello che stava facendo, o forse no. Forse doveva aver pensato di essere ancora la persona che era stata un tempo e che, lontano dagli altri e in un ambiente chiuso, sarebbe stato al sicuro.
Era stupefacente che nessuno degli altri avesse cercato di entrare con la forza. Ma non dimentichiamo che più a lungo si trovavano nella condizione in cui erano, più lenti erano, finché non smettevano del tutto di muoversi. Il guaio era che ci volevano anni.
Tornai a rivolgere l’attenzione su di lui, che mia figlia aveva fatto entrare pur di avere un compagno di giochi. Era entrato in casa e poi aveva fatto ciò che aveva fatto e ora mia figlia si era presa la malattia e il ragazzino se ne stava seduto come se niente fosse sulla panchina.
Mi venne in mente mio figlio. Non era mio figlio, ma me lo fece venire in mente. Mio figlio lo avevo visto morire insieme agli altri. Quanto tempo fa? Cinque anni? Lo avevo visto andarsene in un turbinio di gambe e braccia e in un fiotto di fluidi corporei. Vivevamo ancora in città, prima di trovare il campo profughi. C’era altra gente che ora non c’era più. Se n’erano andati e non li avevamo mai più visti.
A volte, il ricordo di mio figlio Gerald non mi faceva dormire la notte, e, a volte, quand’ero tra le braccia di mia moglie, era a lui che pensavo, perché non era forse stato un momento come quello a concepirlo?
Il ragazzino si alzò dalla panchina, mi venne incontro e io gli sparai al petto, abbattendolo. Poi gli sparai alla testa, spappolandogliene metà.
Mia moglie doveva aver sentito lo sparo, così non mi preoccupai di seppellirlo. Tornai da lei col fucile in mano.
«Un cane», dissi. «Quello che l’ha morsa. Lo vado a preparare così più tardi ce lo mangiamo. Era sano, commestibile».
Il sollievo la svuotò di ogni energia, davanti ai miei occhi, e io mi sentii al tempo stesso soddisfatto e roso dal senso di colpa. Chiesi, «Come sta?».
«Non molto meglio. Hai detto che era un cane...».
«Già».
Dissi, «Perché non vai a prendere il necessario per renderlo commestibile? Chissà che, con un po’ di carne, non si senta meglio?».
«Certo», disse Carol. «Proprio quello che le serve: proteine, ferro».
«Altro che», dissi.
Mentre si allontanava, andai al piano di sopra, senza separarmi dal fucile.
Sgattaiolai fino alla camera di mia figlia. Dalla soglia, vidi che era pallida come la cenere delle sigarette. Girò la testa dalla mia parte.
«Papà», disse.
«Sì, cara», dissi, posando il fucile accanto alla porta e avvicinandomi.
«Sto male».
«Lo so».
«Mi sento diversa».
«Lo so».
«Si può fare qualcosa? Hai delle medicine?».
«Sì».
Mi accomodai sulla sedia accanto al letto. «Vuoi che ti legga qualcosa?».
«No», disse e poi smise di parlare. Giacque immobile, con gli occhi chiusi.
«Tesoro», dissi. Non rispose.
Mi alzai, mi avvicinai alla porta aperta e guardai fuori. Carol, la mia meravigliosa moglie, stava tornando con le cose che le avevo chiesto. Presi in mano il fucile e mi accertai che fosse carico della medicina di mia figlia. Riflettei per un istante o due sul modo in cui farlo. Rimisi il fucile contro la parete. Restai in ascolto mentre mia moglie saliva le scale.
Entrò nella stanza e disse, «Lei sta bene?».
«Sì, si è addormentata. Praticamente addormentata. Guardala».
Mi consegnò il coltello e le altre cose e io posai tutto su una sedia, mentre lei attraversava la stanza e si avvicinava al letto.
Presi il fucile, avanzai nella maniera più silenziosa possibile e lo puntai alla nuca di mia moglie e poi tirai il grilletto. Accadde tutto in un istante. Stramazzò sul letto, addosso alla nostra bimba senza vita. Il suo sangue imbrattò le lenzuola e il muro.
Non sarebbe sopravvissuta alla morte di un altro figlio e di certo non sarebbe sopravvissuta a quello che stava per accadere alla nostra bambina.
Mi avvicinai e guardai Ellen. Avrei potuto aspettare che aprisse gli occhi, che scendesse dal letto, che cercasse di gettarsi tra le mie braccia, ma non ne avrei avuto il fegato. Non avevo nessuna voglia di vedere quella scena. Le puntai il fucile alla fronte e premetti il grilletto. Il rombo dello sparo riecheggiò nuovamente nella stanza e il letto e la camera si fecero ancor più rossi.
Uscii con il fucile e avanzai sul camminamento, feci il giro completo, per poi giungere nel punto in cui era stata piazzata la mitragliatrice. Mi ci sistemai dietro, sullo sgabello girevole, e appoggiai il fucile contro il parapetto. Restai seduto lì, a scrutare quelle centinaia di esseri immobili che guardavano verso l’alto, in attesa di qualcosa.
Iniziai a ruotare la mitragliatrice e a fare fuoco. Ne abbattei molti. Sparai finché restai senza munizioni. Ricaricai, sparai di nuovo, con gli occhi bagnati dalle lacrime.
Andai avanti in questo modo per un po’, fino a esaurimento della seconda striscia di munizioni. Era come smanacciare uno sciame d’api. Sembrava non finissero mai.
Restai seduto in quella posizione e cercai di non pensare a nulla. Li osservai. Si vedevano le loro sagome per miglia e miglia.Si perdevano in ammassi oscuri all’orizzonte, come orde di ratti in attesa di imbarcarsi su un bastimento.
Mangiavano quelli che io avevo abbattuto con la mitragliatrice.
Dopo un po’, il buio si fece assoluto e là fuori restarono solo le sagome. Rimasi a fissarle per un bel po’. Guardai il fucile appoggiato al parapetto. Lo presi in mano e me lo piazzai sotto il mento e poi lo rimisi al suo posto.
Sapevo che, prima o poi, ne avrei avuto il coraggio.
(traduzione

di )