Il lungo inseguimento della Digos «Controllato ogni spostamento»

Firmati dalla Procura di Milano 25 decreti di autorizzazione alle intercettazioni. In Italia Hamdi si è fermato da parenti e amici

Paola Fucilieri

da Milano

Un uomo in fuga. Che cerca un nascondiglio, magari a casa di un amico fidato, una persona che non conosca e non sospetti nulla del suo presente di terrorista e attentatore. Hamdi Adus Issac, vero nome di Osman Hussain Akmed, etiope di 27 anni, stava scappando dalla Gran Bretagna dopo aver fallito l’attentato del 21 luglio sul metrò di Sheperd’s Bush a Londra, ben conscio di avere alle calcagna i servizi segreti britannici. E un uomo in quelle condizioni ha solo uno scopo: arrivare alla destinazione che si è prefisso - nel suo caso la casa del fratello, a Roma - in fretta e senza dare nell’occhio.
Quando gli uomini dei servizi di Sua Maestà consegnano due numeri di telefono agli investigatori dell’Antiterrorismo della Digos di Milano ancora non sanno se Hamdi Adus Issac (che conoscono ancora come Osman Hussain Akmed) li userà e quando. Anzi: gli inglesi credono che una delle due schede sia in possesso del cognato, il fratello della compagna di Hamdi, anche lui etiope, anche lui ventisettenne e anche lui scomparso all’improvviso, ma per motivi del tutto sconosciuti: non risulta infatti «alcun suo coinvolgimento accertato nelle stragi di Londra» e non è ricercato. Potrebbe però trovarsi con il cognato, potrebbe averlo accompagnato.
Non è così. Hamdi è solo nella sua fuga. E usa, alternandole, entrambe le schede. Come tanti suoi predecessori (ricordate Osman Rabei, detto Mohamed l'egiziano, l'uomo considerato la mente dell'attentato a Madrid dell'11 marzo dell’anno scorso e catturato dalla Digos di Milano?, ndr) si fa incastrare così dal meccanismo del roaming, la procedura che segnala l’attivazione del gestore di un servizio telefonico portatile in un determinato Stato e, conseguentemente, la presenza del possessore di quel cellulare.
Dopo aver attraversato la Francia, Hamdi arriva in Italia. «Da allora abbiamo seguito ogni suo spostamento - spiegano alla sezione Antiterrorismo della Digos - la Procura di Milano ha firmato ben 25 decreti per autorizzare le intercettazioni telefoniche». «Investigatori qualificatissimi per questo tipo di lavoro, mai lavorato con gente simile. Non ho esitato a dar loro carta bianca» assicura Armando Spataro, il magistrato alla guida del pool milanese contro il terrorismo islamico.
Così si scoprono, momento per momento, tutti i movimenti di Hamdi. Ed emerge che il terrorista si muove solo tra gente che non ha e non può avere legami con la sua attività eversiva, nemmeno lontanamente. Persone al di sopra di ogni sospetto, insomma.
Prima il terrorista va da un amico d’infanzia, a Udine. Poi arriva in Lombardia, nel Bresciano. Si ferma in un albergo a Comezzano Cizzago e il giorno dopo si reca al Villaggio Sereno di Brescia, a casa del padre della sua compagna. Non ci resta molto: solo un giorno. Poi raggiunge Milano. Nel capoluogo, infatti, abita un grandissimo e vecchio amico suo e della sua famiglia, un commerciante eritreo. «Una conoscenza antecedente ai fatti terroristici, spiegata e assolutamente priva di alcun collegamento con le attività eversive di Issac» precisa Spataro.
Dalle sue continue telefonate a Roma, però, gli investigatori intuiscono che è proprio lì che il terrorista vuole arrivare e che solo nella capitale potrebbe scoprirsi e far scoprire eventuali complici. Sulla scorta delle informazioni ottenute dai britannici, però, i poliziotti milanesi conoscono ancora Hamdi Adus Issac con il falso nome di Osman Hussain Akmed. E non possono perciò sapere che quel Remzi Issac di Roma con il quale il nostro uomo in fuga parla in continuazione al cellulare, altri non è che suo fratello.
In totale sintonia con la Digos e la Procura romana, gli investigatori milanesi a questo punto lasciano l’etiope in fuga nelle mani dei colleghi laziali e della loro attività sul territorio, quella che porterà all’arresto del terrorista e poi del fratello. Quindi concentrano le loro indagini nel nord Italia, su tutti i conoscenti frequentati e visti da Issac. Ottenendo, dopo una serie di perquisizioni e interrogatori, una certezza molto confortante: «Nel nostro Paese non esiste una cellula radicale alla quale Issac si potesse appoggiare».