Il lungo valzer dei processi a un disastro

Milano Alle sei di ieri sera, le 350 pagine della sentenza contro Calisto Tanzi sono sull’ampia scrivania del suo difensore Gian Piero Biancolella. Per spiegare perché hanno rifilato al suo assistito dieci anni di carcere i giudici non hanno lesinato i giudizi inclementi. Ma più di quei giudizi a Tanzi e al suo avvocato pesa l’assoluzione di Bank of America: «Sia chiaro - dice Biancolella - che questo è solo il giudizio di primo grado, e adesso che le motivazioni sono note faremo sicuramente appello. Ma sia chiaro anche che questa sentenza non costituisce un’assoluzione in blocco del ruolo delle banche nella vicenda Parmalat. Esistono altri processi, dove di ogni banca verranno considerate le responsabilità specifiche. E non è affatto detto che finiscano allo stesso modo».
Eh sì, di processi Parmalat ce ne sono altri: tanti, troppi, al punto che un calcolo preciso non è agevole. Il crac del gruppo di Collecchio ha generato una miriade di processi e sottoprocessi che viaggiano ognuno per la sua strada. E che, in teoria, possono approdare a risultati del tutto diversi. A Milano sono rimasti i processi per le imputazioni di aggiotaggio. Il primo - quello a carico di Tanzi, dei sindaci, dei revisori e di Bank of America - si è concluso in primo grado con le motivazioni rese note ieri. Il secondo, in corso davanti al giudice Gabriella Manfrin, vede imputate le banche corresponsabili secondo la Procura delle frottole di Tanzi: Ubs e Nextra sono uscite risarcendo e patteggiando, in aula sono rimaste Deutsche Bank, Citibank e la branch milanese di Morgan Stanley. Si va avanti con fatica, tra consulenti dell’accusa e della difesa, con il giudice che dirige con energia.
A Parma, dove c’era il cuore dell’impero di Tanzi, si è radicata la competenza per le accuse di bancarotta fraudolenta. Qui invece di fare un solo processo se ne è avviata - e il motivo non si è mai capito bene - una serie. Quello a carico di Tanzi è in corso: in teoria l’ex re di Collecchio qui rischia una batosta ancora peggiore che a Milano, in realtà spera di cavarsela con un modesto incremento della condanna milanese. All’ultima udienza, un contabile ha raccontato con nomi e cognomi dei soldi in contanti che per conto di Tanzi consegnava ai politici: la notizia è rimasta nelle pagine locali dei giornali. Poi c’è quello cosiddetto «Ciappazzi» contro Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, che all’epoca dei fatti guidava Banca di Roma e che costrinse - secondo l’accusa - Tanzi a comprarsi un’azienda decotta di acque minerali. Un processo è in corso contro la sola Morgan Stanley. Un altro ancora è in corso per il crac della sola Parmatour, il settore turistico della Parmalat. Un altro troncone, quello per l’acquisto di un’altra società, la Eurolat, è approdato invece a Roma. Un big bang processuale, insomma, la cui parola fine rischia di venire scritta solo tra molti anni.