Il lungo viaggio di Alberto Sughi

Arezzo ha la Galleria d’Arte Moderna addossata alla chiesa di San Francesco; come dire che ogni artista che vi espone deve sopportare un ravvicinato confronto, non solo ideale, con gli affreschi di Piero. Talvolta, come nel caso di Alberto Sughi, che si presenta nelle sale aretine, sembra possibile seguire i motivi che ancora, fra desolate esibizioni, consentono a taluni artisti di mantenere la figura umana a protagonista delle proprie opere.
La mostra di Sughi «Il segno e l’immagine» (fino al 21 maggio) è dedicata al disegno, scelta dal curatore Giovanni Faccenda con una coerenza che l’autore ha favorito poiché le opere, introdotte da pochi campioni fra il 1950 e l’80, giusto per dare un cenno all’itinerario di ricerca, sono state compiute in un compatto giro di anni, 2005-2006, quindi in unità di evidenza formale, di struttura e di temi.
Donne, di bell’aspetto, ma come assenti alla propria realtà; uomini, assorti, presenze solo fisiche, che sentono quasi il disagio di essere qui e ora; annodano più che altro dei silenzi con il fumo delle sigarette; guardano da una finestra il nulla che prende inconsistenza di nebbia colorata. Va detto che Sughi non lavora dal vero, non ha modelli nello studio, il filo che lo porta alle figure non lo lega a una condizione predeterminata, magari a un’idea di scelte più o meno espressioniste. Sembra che le sue figure siano piuttosto suggerite, o almeno, latamente plasmate da un pensiero filosofico che gli sollecita questo o quell’atteggiamento, l’indulgenza o la vaghezza di uno sguardo. Il disegno a carboncino, del resto, si esprime su pagine di grande formato e le colpeggiature del pastello rialzano in modo pittorico le composizioni; il colore gessoso, in qualche caso sfumato, ma agro, risolve le atmosfere o meglio gli ambienti che dalle figure prendono ambigue connotazioni. Diresti che è l’ambiguità a reggere il gioco formale; quella parte nascosta di noi che l’artista fa intricare, esponendo e nascondendo i caratteri, quasi fossero essi stessi pastelli che si sciolgono nella luce.
Sughi accetta di constatare certe situazioni d’oggi, sembra che non commenti, che non giudichi, ma l’asserita questione del rapporto-non rapporto degli individui col mondo, la difficile condizione dell’uomo che non riesce ad affermarsi come essere che vive in un tempo preciso, lo sfuggire cinetico di ogni elemento reale, sono i nodi lasciati nelle figure.
Nella illuminante intervista ad Alberto Sughi, firmata da Sergio Zavoli, una risposta del pittore conclude il catalogo e dà sfondo alla rassegna: «Troppa pittura, nel nostro tempo, prende il centro della scena perché afferma chiastenza. È solo stoltezza, manifestazione del vuoto culturale in cui siamo precipitati. L’arte è un'altra cosa: è la ricerca ansiosa della strada che dovrebbe portarci dove si intravede la verità. La verità resterà, forse, sempre nascosta, ma il lavoro dell’arte testimonia sul viaggio intrapreso per conoscerla».