Il lungo viaggio al Tropico della memoria

Nel 1939, dopo l’«esilio» in Francia, lo scrittore statunitense torna in patria. «L’incubo ad aria condizionata» è il resoconto della disillusione per un Paese divenutogli estraneo

Ecco un libro che induce a evocarne altri, a stabilire con quelli confronti e dissonanze, e soprattutto ad aprire squarci nella biografia dell’autore. Non c’è apparentemente alcun nesso possibile tra questo L’incubo ad aria condizionata di Henry Miller (Mondadori, pagg. 310, euro 8,40) e, per esempio, La scena americana di Henry James, o la parte americana di Tutto il mondo è paese di Aldous Huxley. Nei primi due, però, a parte la distanza siderale delle rispettive personalità, vi è in comune l’occasione e l’intento di fare i conti con il proprio paese d’origine, e nel caso di Huxley, che in quanto inglese non era un espatriato in alcuna parte del mondo, si tratta di considerare quali confluenze di giudizio, per la sua idea di America, vi fossero con il suo quasi coetaneo Miller.
Ricorderemo solo di sfuggita il senso di trepidazione, a diaframma alto, con cui James nel 1904, a sessantuno anni, dopo ventuno di assenza ininterrotta, tornò per nove mesi in America, viaggiando per tutta la fascia costiera sino alla Florida, registrando nella sua Scena americana quelle impressioni di spreco e di consumo, quella continua ostentazione di «muscolarità» che gli si parava davanti agli occhi, il maglio che abbatte edifici ancora recenti e già sottratti per così dire alla storia, secondo un immemore «vangelo del successo», del sempre più grandioso, in una corsa come cieca al rinnovamento a tutti i costi.
Vent’anni dopo, nel 1925, Aldous Huxley stava da due anni con Maria e il bambino a Castel a Montici, Firenze, quando i fascisti vennero a cercare chissà perché a casa sua Gaetano Salvemini. Così, gli Huxley pensarono di partire, «per dare un’occhiata in giro», dove per giro s’intendeva semplicemente quello del mondo. Portato il figlio in Inghilterra, ridiscesero e s’imbarcarono a Genova. Percorsa l’India, costeggiata la Malesia, Giava, il Borneo, sostati in Giappone, gli Huxley approdarono negli Stati Uniti, e per lo scrittore inglese fu una specie di shock, un’esperienza che insieme lo incantava e lo allarmava. Da San Francisco a Los Angeles a New York, c’era lo spettacolo eccitato e straniante di una vitalità smodata, che poteva essere «solo un sottoprodotto psicologico della prosperità». Qui, dove la vita notturna incalzava e pareva che non vi fosse più bisogno di riposare o di conversare, «tutto è movimento e rumore, come l’acqua che dal bagno scorre gorgogliando dentro lo scarico. Dentro lo scarico, appunto».
Con il nostro Henry Miller, siamo ora nel 1939. Dopo dieci anni da «esule» a Parigi, durante i quali aveva scritto Tropico del Cancro, Max e i fagociti bianchi e Tropico del Capricorno, all’inizio dell’estate di quell’anno, mentre si preparava la tragedia, decise di tornare negli Stati Uniti. Prima però voleva passare alcuni mesi dal suo amico Lawrence Durrell a Corfù. Per Durrell, l’«esilio» fuori d’Inghilterra doveva essere una faccenda di famiglia, perché con lui a Corfù, oltre alla sua giovane moglie, c’erano anche la madre e il fratello minore Gerald, il futuro etologo che avrebbe scritto su quell’esperienza greca La mia famiglia e altri animali.
Ebbene, un giorno Lawrence, entrato nella toilette di un posto pubblico a Corfù, aveva trovato abbandonata una copia del Tropico del Cancro, s’era preso il libro, l’aveva letto con crescente entusiasmo, aveva scritto a Miller a Parigi iniziando con lui un rapporto epistolare, ed era infine andato a trovare lo scandaloso espatriato americano che viveva nel «sottosuolo stigio» di Parigi, facendo congrega con Anäis Nin, Giono, Cendras e tanti altri.
Miller andò quindi in Grecia dal suo amico Durrell, vagabondò, s’imbevve d’atmosfere olimpiche fuori del tempo, vide nel «sacro recinto» dell’Ellade un mondo autentico concepito una volta per tutte, vi vide indirettamente anche la conferma del giusto disprezzo che egli nutriva per la civiltà meccanizzata, per la falsa morale, per l’intellettualità mortuaria dei Proust e degli Eliot, e raccolse le idee e il materiale per Il Colosso di Maroussi. Finché, il giorno dopo Natale, con la testa piena delle sue esaltazioni dionisiache e pagane, s’imbarcò per l’America, attraversò l’Oceano e, arrivando, di colpo si sentì precipitato nell’incubo. «Mi trovo in quella che si può considerare una comoda stanzetta di un albergo moderno con tutti i comfort. Il letto è pulito e soffice, la doccia funziona perfettamente, la ciambella del gabinetto è stata sterilizzata... saponi, asciugamani, lampade... Sono depresso, depresso oltre ogni limite. Se dovessi occupare questa stanza per qualche tempo diventerei matto, o mi ucciderei. Lo spirito del posto \, lo spirito degli uomini che ne hanno fatto l’orrenda città che è, filtra dalle pareti. C’è il delitto nell’aria. Mi soffoca».
Eppure, egli cerca di capire, di ricostruire, e ripensa ai padri fondatori e ai colonizzatori, venuti qui per avere la pace e la felicità, tradendo poi se stessi e gli altri, i nativi spodestati, per costruire le fabbriche d’acciaio che egli vede scorrere con terrore dantesco lungo la ferrovia. Sulle prime, questo viaggio del ritorno e della riscoperta pare forse troppo ipotecato dai ricordi di Francia, dalla bohème, dal Céline del Viaggio al termine della notte, dalle contemporanee letture di Romain Rolland che scrive su Ramakrishna. Ma se pensassimo che Miller avrebbe dovuto andare in India invece che tornare a casa per capire e riconciliarsene, rischieremmo di non vedere la natura vera dello scrittore, nell’intimo così americano nel suo antiamericanismo, così emersoniano nella dilatazione della coscienza e dell’io che vuole ricongiungersi con la natura, come spiegano le sue lacrime davanti allo spettacolo impareggiabile del Grand Canyon.
Le sue ire, come quella per Walt Disney, «maestro dell’incubo, il Gustave Doré del mondo di Henry Ford & C.», o per l’automobile che omologa tutti gli individui («La capitale del nuovo pianeta - quello cioè che si distruggerà da sé - è naturalmente Detroit»), le sue ire dunque si alternano, configgono si vorrebbe dire, con le prese di senso e con la liricità di molti momenti di scrittura compiaciutamene felice, come durante il soggiorno nella casa e nel parco di un eccentrico signore, in Louisiana: «Cielo e acqua erano divenuti una cosa sola, il mondo intero fluttuava in una nebulosa foschia. Era uno spettacolo ammaliante e indescrivibilmente bello. Stentavo a creder di essere in America. Di lì a qualche istante si profilò la sagoma di un battello fluviale... Risuonò profondo il suono della sirena da nebbia cui fece eco l’ululato d’invisibili gufi. A sinistra, il ponte levatoio alzò lentamente il suo arco spezzato... Lentamente».