La Lunigiana senza confini vuole staccarsi dalla Toscana

Villafranca, Aulla, Bagnone, Zeri e Pontremoli chiedono di tornare a far parte della Liguria

Maria Vittoria Cascino

Si sono dati appuntamento alla Fortezza La Brunella di Aulla. Che il sole delle Apuane bianchissime l'infilza da fare male agli occhi. Sono lì a creare il movimento di popolo Lunigiana Oltre, a dirsi chi sono e dove vogliono andare. Da questa Lunigiana infilata in Toscana. Che il confine ha masticato ben bene. Ricamata di castelli per gabelle, sprofondata nei borghi medievali, attraversata dal Magra, sbilanciata sui passi, ha contato le sue storie di mezzo in un idioma rattoppato che con il toscano ha ben poco a che spartire. Iniziano da lì. Uno spunto. In un luogo che la Lunigiana l'incarna per davvero. Così asciutto e aspro che il controluce sulle Alpi ti fa perdere il filo. Li guardi. Una Lunigiana senza Toscana. Possibile? Che approccia lo spezzino, «perché la terra di Luni arrivava fino alla Val di Vara, poi siamo finiti dentro questo confine che non ci appartiene». Allora hai capito bene: buoni buoni per anni, gridano alla secessione. E non sono ragazzotti in odore di rivoluzione, ma uomini e donne che hanno alzato la testa e dato un'occhiata intorno. «Che così mica possiamo andare avanti». Le interviste scorrono sul video. Gente di Villafranca e Aulla, di Bagnone, Zeri e Pontremoli. Lunigianense o toscano? «E c'è da chiederlo?» L'orgoglio di appartenenza è quasi sfrontato. C'è addirittura un bolognese che ha scelto di vivere in Lunigiana per la qualità della vita. C'è lo storico che in due tratti ti dimostra che la tradizione li vede pendere in quel di Liguria. Che poi di quello che succede a Genova non gliene cale più di tanto. Ma della Spezia sì, che diamine.
«I nostri interessi ricadono lì - insiste Giancarlo Biagini, coordinatore del movimento - Ma sa quanti di noi sono finiti a lavorare all'Arsenale e nelle industrie? Mica andiamo a Massa. I collegamenti viari sono sicuramente più veloci con lo spezzino e i quotidiani ci arrivano con la cronaca ligure. Tant'è vero che per La Nazione la redazione di riferimento è Sarzana, Il Giornale arriva con l'inserto ligure e lo stesso è per il TG Rai regionale». Terra strana ti vien da dire, «terra di conquista - riprende Biagini - Siamo liguri apuani con forti componenti celtiche. Prendi Bagnone: quattordici frazioni e non c'è un dialetto uguale all'altro. La nostra era una zona strategica ai piedi dell'Appennino tosco-emiliano, fitta di castelli che gestivano il passaggio. Usi e costumi li abbiamo mutuati da tutti». Magari ci hanno pensato troppo. Magari con questo stare nel mezzo un po' ci hanno giocato. «Macchè. Non so se la colpa sia dell'acqua o dell'aria, ma qui sono tutti apatici. Non li schiodi. Si lamentano, ti dicono che è vero, che la provincia di Massa li trascura, e cosa fanno? Niente». Biagini la sa lunga, te la racconta come davanti ad uno di quei rossi della sua cantina, nel castello di Corlaga di Bagnone, ma la faccenda è da respiro profondo. Le redini le prende in mano Nicla Ghironi, che già in quel di Fivizzano, precisamente Soliera, aveva battuto un colpo. Tant'è che pochi mesi fa ti va a firmare, insieme all'altra coraggiosa Domenica Giannarelli, il manifesto-pensiero del neo-nato movimento delle Tre Valli. Una filippica puntuale e potente dove ci finisce dentro il «progetto di referendum per metterci sotto le bandiere di Parma o di Reggio Emilia o della Spezia, terre, che, a differenza della Toscana, presentano molte affinità storico-geografico-culturali con i nostri usi e costumi». Fu l'inizio. Perché quel manifesto di donne lo legge anche la pittrice Nicoletta Zambrelli. Che telefona a Nicla, che allora parla con Egidio Pedrini, sindaco di Zeri nonché senatore, che in materia è recidivo. Perché già da tempo a Zeri non ne vogliono più sapere di Massa Carrara. «Ero bambino che leggevo sul curvone: Zeri libera, Zeri sotto La Spezia - rincara Pedrini-Il lunigianense o s'è sopito o se n'è andato, ma le cicatrici le viviamo ogni giorno». E poi dribbla su Zeri: «Se chiamo La Spezia faccio un'urbana, per l'ufficio elettorale il riferimento è la Corte d'Appello di Genova, le nostre acque vanno in Liguria, l'autorità di bacino è a Sarzana, chi paga l'ICI sulle seconde case di Zeri è ligure e in ospedale andiamo alla Spezia e a Genova. A Massa si va per motivi burocratici. La Regione Toscana ci considera marginali. Questa Lunigiana l'hanno massacrata con l'autostrada che passa fra le case. Se devono fare una discarica la fanno qui, e poi parlano di politica del turismo». Pedrini tocca le ferite aperte di questa terra che sembra di nessuno. In sala parlano la stessa lingua, fanno di sì con la testa, ma adesso bisogna muoverli. E ci pensa Nicla, documento alla mano: «La cultura politica del movimento è alternativa a quella di sistemi partitici autoreferenti. Lunigiana Oltre vuole ritrovare la sua storia ridisegnando confini geografici e attuali appartenenze».
Di seguito la centralità dell'individuo sociale e tutte le urgenze che questa terra predica al deserto. «Dobbiamo scalzare un individualismo che si sfoga nel campanilismo amministrativo senza strategia d'insieme». Diciotto comuni polverizzati in decine di frazioni che bisogna far pensare in grande. Hai voglia di pregare la luna, che di steli e cripte ne sono piene le colline ondulate che arrancano sui cocuzzoli dei castelli dei Malaspina. «È una terra aspra, dolce e sepolta. La Via Francigena è sepolta. Luni è sepolta. Siamo metà in Liguria e metà in Toscana e senza identità non si va da nessuna parte». Il senso l'hai capito. L'hanno messo sulla carta il loro sbandamento e adesso possono sognare. Torna l'idea di Lunezia, forse. Il concetto è quello, ma la storia è tutta da riscrivere. E glielo chiedi a Pedrini dove vogliono andare, che la strada alla faccia della Lunigiana è ben in salita. E lui ti risponde che il sogno grande è quello di ridisegnare i confini, che ci sta dentro anche il referendum e il resto è da inventare. «Ma intanto partiamo da qui. Intanto organizziamo convegni e raccogliamo adesioni». Le Alpi ormai sono rosa. La fortezza si ritaglia l'ultima luce, la più bella. E ti fa un certo effetto che fra quelle mura tornino per ritrovarsi. L'occhio ti cade sull'haikai che Nicla ha piazzato in calce al documento: «che ci sia la luna sul sentiero notturno di chi porta fiori». Sorridi, che il vizio di strizzarle l'occhio questa gente dei passi non l'ha ancora perso.