Per l'Unità la Blefari è una vittima

Il giornale della De Gregorio agita il dubbio: "E se fosse una donna
fragile, ostaggio di un colossale equivoco giudiziario?". Rispunta la tesi del complotto

Roma - Omicidi di Stato, brigatisti che non sono rossi, anche se poi spunta fuori qualcuno che li chiama «compagni». E, sullo sfondo, la classica domanda: a chi giova? Tira un’aria da anni Settanta nella stampa, nei partiti e nei blog della sinistra. Persino l’Unità, che non sarebbe una delle testate più radicali, non ha resistito alla tentazione e in due giri di rotativa ha cancellato anni di sofferti ripensamenti e ammissioni di responsabilità da parte della sinistra.

Domenica il quotidiano diretto da Concita De Gregorio aveva aperto il giornale con il caso della morte di Stefano Cucchi intitolando «Omicidio di Stato», la storia del giovane arrestato per spaccio di droga morto mentre era detenuto. Ieri è stata la volta del suicidio di Diana Blefari. In copertina non c’era la componente delle nuove Brigate rosse, ma una generica apertura sulle «Galere d’Italia», foto cupa di un penitenziario e citazione di Fabrizio De Andrè: «Quando hanno aperto la cella era già tardi perché con una corta al collo freddo pendeva Michè».

Dedica toccante; peccato che l’unica cronaca carceraria di giornata fosse quella della donna che ha partecipato al commando che uccise Marco Biagi e si è tolta la vita due giorni fa. Il suo compito era quello di seguire la vittima designata, individuarne i punti deboli e assicurare che finisse in pasto ai suoi carnefici. Un’altra storia rispetto a quella romantica del prigioniero suicida cantato da De Andrè, condannato a venti anni di galera perché «un giorno aveva ammazzato chi voleva rubargli Marì», la fidanzata.

Diversa se non altro perché, come ha spiegato in un’intervista a La Stampa Carole Beebe Tarantelli - vedova di Ezio, ucciso nel 1985 dalla colonna romana delle Brigate rosse - Blefari dopo l’arresto disse «che se avesse avuto fra le mani Marco Biagi, prima di ucciderlo, lo avrebbe torturato». I familiari delle vittime del terrorismo non vogliono che si faccia confusione tra vittime e carnefici. E che il caso umano finisca per favorire una lettura diversa della storia.
Per l’Unità invece la storia sembra ripetersi. Tracce evidenti degli anni di piombo nel pezzo di cronaca sulla morte di Blefari. «Compagna Maria», con le virgolette perché il copyright dei termini cari alla sinistra non può essere patrimonio dei terroristi. Le brigate - insegna l’Unità di trent’anni fa - possono essere solo «sedicenti» rosse.

Poi c’è aria di comprensione e garantismo. Cosa nuova per l’Unità, visto che negli anni d’oro del terrorismo il quotidiano del Pci aveva sposato in pieno la linea della fermezza. Blefari diventa quindi una «killer spietata» e «priva di umanità» nello scegliere un «bersaglio indifeso» ma solo «per i giudici», che per un giorno tornano a esprimere un punto di vista parziale.

Giusto esercitare il dubbio. E allora l’Unità si chiede se si tratti di «una gelida esecutrice di una sentenza da anni di piombo o una vittima di un colossale equivoco esistenziale e giudiziario»; una «militante professionale o una donna fragile e corrosa da una malattia mentale». Per l’Unità è al massimo un pesce piccolo, inutile infierire. È fragile: «Una ragazza dai lineamenti delicati a cui le foto non rendono giustizia». Militante terrorista sì, ma «part time». Poi ci sono le varie tesi complottiste che rimbalzano nei blog. E non poteva mancare la solidarietà dei siti della sinistra antagonista che danno la responsabilità alla magistratura e allo stato.

A coronare un quadro di incertezza in quelle interpretazioni della storia che ormai si consideravano patrimonio comune, una dichiarazione di Eva Catizone, esponente calabrese di Sinistra e Libertà. Formazione a sinistra del Pd che, a detta dello stesso segretario Pier Luigi Bersani, sarà il principale interlocutore dei democratici. Catizone parla della testimonianza negata. E poi di Blefari. «Era calabrese. Era una compagna». Una cosa del genere negli anni Settanta non l’avrebbero detta neppure i gruppi più estremisti. Quando parlavano di terroristi avevano il pudore di aggiungere al compagni un «che sbagliano».