L'Unità: poveri noi costretti a fare il pane in casa

Per chi ci crede, si apre quest’oggi il mese più gaio e sereno, il vero mese della speranza, perché verso la fine si rinnova il mistero di un bambinello ben strano, capace da solo di offrire a tutti la felicità eterna. In Italia, un luogo dove a questo bambinello si crede parecchio, questo mese si presenta invece tetro, lugubre, plumbeo. Anziché avviarci a un periodo di leggerezza, di leggerezza molto profonda, non insulsa e stupida, sembra che dobbiamo tutti entrare in un tunnel nero, col fiato sospeso e il cuore in gola.

Non è il mese di Natale, non è il mese della più luminosa speranza: è il mese delle più bieca disperazione. Secondo il partito del catastrofismo, sarà il mese delle privazioni, delle rinunce e dei magoni familiari. Più o meno, sarà l’Italia delle giacche rivoltate e delle toppe ai gomiti. Un’Italia di pane secco e ceci. Un’Italia povera, infelice, depressa. Un’Italia che non ha nemmeno più occhi per piangere... Basta, per pietà. Concediamoci una tregua. Respiriamo profondamente e proviamo a rialzare lo sguardo. Che questo sia un periodo difficile in tutto il mondo l’abbiamo capito benissimo. Però dobbiamo pur sforzarci d’essere giusti e realisti, per non correre il rischio di innalzare piagnistei offensivi in faccia ai poveri veri e ai disperati veri.

Se abbiamo un minimo di pudore, questo è il momento di sfoderarlo, riconoscendo onestamente che per quanto sobrio sarà il nostro Natale, non sarà mai il Natale tragico di tante zone del mondo, dove la povertà è un’altra cosa, una povertà perenne e strutturale, non momentanea e congiunturale. Se proprio ci va di piangere sui nostri guai, vediamo almeno di non bestemmiare. Invece, tutti i giorni si scende dal letto e ci si avvia verso il grande lacrimatoio nazionale. Santoro, la settimana scorsa, ci mostra la deriva crepuscolare di Milano. La Repubblica spiega come non ci resti che riciclare la giacca di papà. E nella prima domenica d’Avvento, la botta di euforia: l’Unità apre il giornale con un incoraggiante «Si salvi chi può». A seguire, una serie di pagine sulla depressione dei consumi, cioè nostra, chiara introduzione al dicembre nero. Terminando la lettura, molti bambini prendono carta e penna per aggiornare la letterina: «Caro Babbo, non ti sforzare: portami solo una lametta».

Certo il discorso è ad alto rischio: ribellandosi a questa visione angosciante della realtà italiana, ci si espone irrimediabilmente alla reazione più scontata. I nuovi catastrofisti scomodano subito i pensionati, i cassintegrati, i barboni, utilizzandoli per zittire qualsiasi richiesta di equilibrio e di buonsenso. Ma è persino inutile specificarlo: il Natale di pensionati, cassintegrati e barboni sarà certamente difficile. Più difficile del solito. Ed è a loro che però dovremmo lasciare rispettosamente il palco del lamento. Invece, dobbiamo quotidianamente sorbirci una litania di dolori e di pene a livello cosmico.

Ci avvertono che nel Natale della crisi non ci sarà la corsa all’iPhone, ma la corsa all’impastatrice, perché il pane sarà fatto in casa. Persino libri e frullatori batteranno il telefonino di ultima generazione. Le boutiques? Tutte col fiatone. I commercianti? Già ridotti ai finti saldi. Si racconta il caso di un parrucchiere fiorentino che offre messe in piega scontate del cinquanta ai Co.co.co. Fioccano i consigli per risparmiare: l’italiano saggio dovrebbe montare il fotovoltaico sul tetto, usare auto a Gpl, fare la spesa in società con i coinquilini, reintrodurre la legna per il riscaldamento e produrre terriccio smaltendo rifiuti organici in un pratico “biocompostore”. E comunque, per chi ancora coltivasse un residuo di speranza, chiusura con un racconto dal titolo leggiadro: «L’incubo della nuova povertà che ci farà chiudere in casa».

Sommario-spiegazione: «Usciremo sempre meno, fino a quando non usciremo più. Rinunceremo a cinema e spettacoli. Al massimo, succederà di commentare sul pianerottolo, con il vicino, “si è ucciso il pensionato del quarto piano?”». Questi saremmo noi. Pensa a Kabul, o in Congo, o nei campi profughi palestinesi: che dovrebbero dire, loro? Liberissimo ciascuno di affrontare la congiuntura con la visuale propria. Però una cosa va riconosciuta: noi non abbiamo i titoli per affrontare il Natale in modo così drammatico. Se il dramma nostro è che si venderanno più impastatrici e meno iPhone, riusciremo a farcene una ragione.

Di più: in un impeto di buona volontà, potremmo persino sfruttare la situazione per qualche riaggiustamento personale. Ai nostri figli potrebbe anche far bene ricevere un solo regalo, magari bello e da tempo sognato, al posto della regaleria a pioggia che da tanti anni impedisce loro il gusto di assaporare. E tutto sommato, anziché ritrovarci nei ristoranti su pernici e caviale, potremmo pure riscoprire il gusto di tagliarci uno zampone e squartarci un panettone tra gli affetti riscoperti della famiglia, anziani e disabili compresi. C’era un tempo in cui bastava un Asti-Cinzano, se la memoria non inganna. Sì, anche questa è una prova. Si può cogliere l’occasione di questo Natale particolare, che i tetri materialisti ci dipingono così terrificante, per ricomporre un poco le nostre gerarchie di vita, restituendo la giusta importanza alle priorità e relegando dove meritano gli sprechi, il fatuo, il superfluo. In fondo, gli italiani hanno sempre dato il meglio di sé nei momenti difficili.

Questo è un momento difficile. Ma per quanto difficile sia, non dobbiamo confonderci: non abbiamo avuto guerre, calamità, carestie. Semplicemente, come dice Tremonti, la ricreazione è finita. Semplicemente, è il momento di tornare in classe, ad occuparci di cose più serie.