«Un luogo ideale per pregare»

«Nessun problema per costruire un luogo sacro, solo quello di non urtare le diverse sensibilità religiose»

«Certo la nostra base non è grandissima, ma, volendo, lo spazio per una piccola chiesa, una cappellina si potrebbe ricavare. Non credo ci sia alcuna difficoltà logistica per costruirla, solo che da noi vengono a lavorare ricercatori di varie nazioni e di diverse fedi, quindi semmai il problema sarebbe quello di non urtare la loro sensibilità religiosa».
Filippo Corbelli, 54 anni, romano, anch’egli radioamatore (IK0AIH, il suo nominativo) è l’uomo di riferimento, da sempre, delle comunicazioni tra il continente di ghiaccio e l’Italia, il responsabile della sala radio della base di Baia Terranova, dedicata oggi a Mario Zucchelli e di Concordia, l’avamposto scientifico italofrancese in Antartide. Quindici anni di spedizioni dal 1988 a oggi, quindici anni di splendido isolamento da ottobre a febbraio e la possibilità unica, inclusa nello stipendio, di contemplare un spettacolo magico: il cielo, la luce intensa, la flora e la fauna di un mondo che non conosce uguali nel mondo in cui viviamo.
Fatte salve queste premesse, a chi bisognerebbe chiedere il permesso per costruire la chiesa?
«Ai padroni di casa della base che, oggi come oggi, sono quattro e siedono assieme in un consiglio d’amministrazione: l’Enea, il Cnr, l’Istituto geofisico e di vulcanologia e l’Ogs l’Istituto oceanografico di Trieste. Metterli d’accordo non sarà facile ma se il progetto prende corpo si può tentare»
In ottobre partirà la nostra ventesima spedizione, com’è organizzata una missione scientifica?
«Il primo gruppo di tecnici e ricercatori arriva in Nuova Zelanda e poi, da lì, raggiunge, con un aereo militare americano, la base statunitense di McMurdo, da dove, in elicottero, gli americani ci danno un passaggio fino alla nostra Base. Una volta arrivati a Baia Terranova ci si mette subito a lavorare per riaprire la base, mettere a punto le comunicazioni, l’illuminazione, il riscaldamento e preparare la pista per i velivoli: un nastro di settanta metri per tremila, interamente su ghiaccio marino, che accoglierà gli Hercules C130 dell’Aeronautica italiana. Gli aerei che per buona parte della stagione, almeno fino a dicembre, quando la pista si comincia a sciogliere, effettuano voli navetta per il trasporto delle persone e di mezzi e viveri»
Quindi da ottobre a febbraio nella nostra base è un continuo andirivieni?
«Diciamo che tranne i tecnici, come noi delle comunicazioni, che rimangono dall’apertura alla chiusura della stagione, tutte le altre persone, ricercatori compresi, ruotano in media ogni quaranta giorni. Bisogna tenere conto che la Base Zucchelli è stata concepita per un massimo di 100-110 ospiti»
Alla base dunque si arriva solo con gli elicotteri e gli Hercules?
«No, non solo, una parte del nostro personale raggiunge l’Antartide con la nave Italica. Anche questa è un’esperienza unica, si attraversa un mare di ghiaccio e si ha tutto il tempo per riflettere e contemplare quanto ti sta attorno. Si ha tempo anche per pregare, volendo. Perché in fondo si può pregare anche se non si ha una chiesa a disposizione»
Mi pare di capire che il mal d’Antartica esiste...
«Eccome se esiste. E te le porti dentro per tutta la vita. Non saprei da dove cominciare a raccontare sensazioni ed esperienze. È come se qualcosa di soprannaturale ti abbagliasse e ti riscaldasse anche se sei circondato da ghiacci. Io sto già pensando a ottobre, alla prossima spedizione. Ma questa volta con un po’ di invidia perché non sarò della partita. In gennaio è nata la mia bambina, Ilaria, e ho pensato di rimanerle accanto. È un sacrificio, ma credo sia giusto così»
Come si vive e si lavora in Antartide?
«Come avrà capito si vive e si lavora in spazi decisamente ristretti. È questa è già una prima sfida con la propria personalità, il proprio temperamento. Una situazione particolarissima in cui nascono legami profondissimi e unici. È una vita difficile, con le giornate cadenzate da mansioni e incarichi anche di routine, ma che consentono alla delicata macchina di una dimora tra i ghiacci di non incepparsi. Una vita durissima, che aiuta a crescere e a maturare»
Consiglio per gli amanti dei ghiacci?
«Imparare a non avere paura della solitudine».