L'uomo che ha giustiziato il raìs: per favore non dite che è un eroe

Mohammed al-Bibi, il ragazzo che avrebbe ucciso Gheddafi, è l’immagine del riscatto della Libia. Ma ora è lui a somigliare al raìs. Perché non ha pietà per i morti. E perché la vendetta è sempre una sconfitta. <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/esteri/gheddafi_e_stato_giustiziato/21-10-2011/... target="_blank">Il cadavere del Colonnello</a></strong> in una cella frigorifera. <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/interni/mistero_cattura_saif_aisha_medita_vende... target="_blank">Mistero sulla cattura di Saif</a></strong><br />

È lì, in quel momento, quando il corpo non respira più, il sangue calpesta la fac­cia, che un dittatore, o un qualsiasi nemi­co, appare per quello che in fondo era: sol­tanto un uomo. È per questo che quelle grida, la festa, il ballo sulla carcassa di Gheddafi ti lasciano una sensazione di mi­seria umana. Non è pena e neppure pietà. È inutilità.Alla fine non c’è più alcuna dif­ferenza tra vittima e carnefice. Non ci so­no più scuse tra chi uccide in nome delle libertà e quell’altro, a terra, spogliato di tutto, che fino alla fine ha cercato di non arrendersi al destino, a qualcosa che pre­sto chiameremo Storia. Non sai più chi sono i martiri e chi gli assassini.

Queste morti non portano mai bene. Non hanno mai neppure il sapore lucido della vendetta. So­no un carnevale senza allegria. Sono la macchia che ti sporca il futuro, quasi a restituire poesia ai vinti e miseria ai vincitori. Sono come i corpi sfatti che penzolano da una pompa di ben­zina. Qualcosa che ti resta den­tro come una maledizione, un maleficio di eterna, strisciante, guerra civile. Qualcosa che ti tor­menta anche se cerchi di mette­re sul passato una pietra sopra, come a non voler mai chiu­dere del tutto i conti. Lo sapeva Cesare che quando vide la testa moz­za di Pompeo, trucidato a tradimento dagli uomini dell’eunuco Potino, si girò ripugnato e urlò agli egizia­ni: «Maledetti assassini». L’eunuco fu giustiziato.

Mohammed al-Bibi di­cono che abbia vent’anni ed è l’altra faccia del Co­lonnello. È il ragazzo con la pisto­la d’oro e in questo momento si sta godendo il suo fram­mento di celebrità: come un eroe, come una vendet­ta, come un giustiziere. Non si sa se sia stato davve­ro lui. Dice che lo ha scova­to nascosto in una buca, a Sirte, e gli ha sparato guar­dandolo negli occhi, men­tre lo supplicava: non spa­rare. Le ultime immagini mostrano invece un uomo in ginocchio, con una pi­stola puntata alla tempia, trasci­nato per i capelli, con il sangue che gli copre mezzo viso e lui cer­c­a con la mano ancora sana di pu­lirsi. Ci sono fucili che suonano e foto ricordo per dire «io c’ero». Un istante dopo il Raìs è solo un uomo morto. Il potere è passato di mano e anche la violenza.

Ora è il ragazzo con la pistola d’oro,quella che Gheddafi porta­va con sé, ad assomigliare al Raìs. È lui con la felpa blu, il cuo­re in mezzo al centro, il cappelli­no da baseball e la posa da grin­go che mostra nello sguardo la stessa arroganza, da invincibile, del giovane Gheddafi, quello del­la rivoluzione, quello che fece piazza pulita di ebrei, italiani e dissidenti. Altri uomini se lo issano sulle spalle e lui, il nuovo eroe, alza la pistola al cielo, per farla brillare più vicina al sole. È in quel mo­mento, mentre il dittatore è un corpo freddo, che Mohammed al-Bibi appare per quello che di­ce di essere.L’eroe ha lo sguardo dell’assassino. E l’altro, il cada­vere, è una vittima. Il Colonnello non è stato ucciso per sbaglio, per caso, in uno scontro a fuoco, quando le pallottole non hanno indirizzo e neppure padrone. Quello che è morto non è nep­pure più un re, un potente, una divisa. È un vecchio, imploran­te, sconvolto, trascinato via co­me un sacco sporco. E l’ultimo sparo è un omicidio. Nessuno però condannerà il ragazzo con la pistola d’oro. Non solo perché non si sa neppu­re bene se sia lui l’assassino. Mohammed sconterà la fama ri­flessa e l’insignificanza del suo delitto. La salvezza mentale dei boia di Stato è il cappuccio nero, l’anonimato.

I boia improvvisati subiscono la vendetta del suc­cesso. Passeranno la vita a fare i conti con l’uomo che hanno ucci­so. La Libia si è liberata di Ghed­dafi, Mohammed forse non ci riuscirà mai. Quello a cui ha par­tecipato è un gioco antico. È l’emozione di poter dire: «Sono stato io. Ho ucciso il grande uo­mo». È lo specchio meschino del­­la gloria riflessa. È il giovane sen­za gloria che si nutre della morte di un famoso pistolero. Moham­med diventa Maramaldo o John «naso rotto» McCall, il ragazzo che uccise a un tavolo da poker Wild Bill.

Narrano che James But­ler Hickok, questo il suo vero no­me, avesse in mano prima di cre­pare una coppia di otto e una di assi, di fiori e picche. Da allora questa combinazio­ne di carte la chiamano la «mano del morto». Ecco il ragazzo con la pistola d’oro ha vinto questa mano, la mano del morto, e dell’assassi­no. Brinderà al suo gruzzolo di fortuna, per quella fama inutile di aver assassinato qualcuno più fa­moso di te.