«Il lupo», film sulla vita di Liboni Il killer che terrorizzò Roma

Fa discutere la pellicola che sabato sarà proiettata a Regina Coeli

da Roma

Mentre allo Stato è sfuggito il controllo del territorio, con l’azzeramento del concetto di legalità, arriva sugli schermi italiani (esce il 23) un film del romano Stefano Calvagna, che s’intitola Il lupo, dal nomignolo di Luciano Liboni, ladro e assassino umbro, che nell’estate del 2004 seminò il panico a Roma, dove fu catturato e ucciso dalle forze dell’ordine, dopo aver sequestrato una passante lungo la sua via di fuga. E chissà se il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, sa che sabato questa pellicola, il cui perno gira intorno alla tesi che Liboni, di fatto, venne ucciso a sangue a freddo dai Carabinieri, in cerca di vendetta (uno dei loro fu ammazzato dal balordo durante un normale controllo), verrà proiettata nel carcere capitolino di Regina Coeli, con un’operazione di cinemarketing a dir poco furbetta, comprensiva di t-shirt per i detenuti e raccolta fondi per beneficenza.
In realtà, al regista, ex-ultra laziale, prossimamente al lavoro con un film sul pianeta della tifoseria estrema, dette fastidio, all’epoca, che Romanzo criminale, lo splendido film di Michele Placido sulla banda della Magliana, fosse proiettato dietro le stesse sbarre, dove lui porterà Il lupo. E con un certo clamore, quand’era stato lui, Calvagna, il primo a girare una fiction tivù sui delinquenti della Magliana, con Claudia Gerini. «In Romanzo criminale non c’era neanche un briciolo di verità - polemizza il Quentin Tarantino italiano (così il cinecritico Gian Luigi Rondi) - e siccome siamo in un pericoloso Stato di polizia, dove tante cose non si sanno, noi ci siamo schierati. Dalla parte di Liboni, in tutto e per tutto», chiarisce il regista, qui anche attore, nel ruolo di Gladio, duro di periferia, che procura armi e prostitute, soldi e coperture. A far pendere l’asse d’una facile empatia verso «il lupo», impersonato molto bene da Massimo Bonetti, solitamente uomo d’ordine nel serial tivù La squadra, basterebbe la faccia stralunata di Enrico Montesano, del tutto fuori ruolo come colonnello dei Carabinieri, pronto a ogni infamità, pur di vendicare la morte del proprio figlio, morto per mano di Liboni. E che dire delle improbabili riunioni di alti gradi dell’Arma, tesi tutti, tranne uno (il convincente Maurizio Mattioli, comico prestato al docufilm), all’incastro del «lupo», costi quel che costi? Che dire di quella pistola infilata dal colonnello Franchini nel tascapane del fuggitivo, tanto per istigarlo ad aprire il fuoco e lasciarsi eliminare? Come minimo che la ricostruzione dei fatti di cronaca, summit-teatrino dei Carabinieri compresi, risultano forzate. Tanto che i cronisti di nera, ieri presenti al lancio del film e già sulle piste, ai tempi, del «lupo», hanno registrato con fastidio numerose incongruenze. «Il lupo nasce dalla presenza fisica di Liboni sul set d’un mio film precedente, L’uomo spezzato - racconta Calvagna, palesemente affascinato dal suo eroe della strada, al quale rende un omaggio, che farà discutere (è ciò che si vuole) - . Mentre fuggiva, Liboni si fermò in mezzo alla troupe. Dopo la sua morte, sui muri di Roma notai molte scritte, inneggianti a lui e decisi di descrivere l’uomo, più che il criminale. Anche perché, qui ci vuole una par condicio: ai mafiosi, permessi-premio e vasca con idromassaggio. Ai balordi del Pigneto, invece, pena di morte! Non si deve dire: giustizia è fatta, lavando il sangue, con altro sangue», si scalda il cineasta, che pure filma con perizia i luoghi delle anime nere. Ponte Milvio, con le acque torbide del Tevere. E la Stazione Termini, sordida di notte, mentre il disperato s’aggira, cercando il farmaco per l’epilessia, di cui soffre. E il Circo Massimo, pieno di turisti e baretti, teatro d’uno scontro decisivo: di qua le forze dell’ordine, di là il delinquente. «Io faccio l’attore - mette le mani avanti Bonetti - e spero di dare un messaggio». Già: ma quale, se la certezza della pena non esiste?